Sindaco o premier?
L’insediamento del Governo Renzi, formalizzato anche con il voto di fiducia del Senato, mette in rilievo un dato - che già conoscevamo - ulteriormente evidenziato dal discorso pronunciato dal Premier incaricato nell’Aula di Palazzo Madama: l’impostazione di Renzi, più che essere quella di un Presidente del Consiglio, messo di fronte ad un delicato compito politico, appare quella di un sindaco che, con poteri eccezionali, attribuiti dall’elezione diretta, può interagire con gli altri livelli istituzionali da una posizione di forza, che invece - nei panni attuali del Premier - gli manca.
Sembra che Renzi non abbia ancora preso coscienza di questo fatto e si comporti come se fosse il “sindaco d’Italia”, per riprendere un’espressione, cara a Mario Segni, di alcuni anni or sono.
Le parole pronunciate al Senato rilanciano il ruolo di un Premier dotato di una capacità retorica straordinaria, che gli consente di mettersi in sintonia con il suo popolo, a cui è in grado di far arrivare i messaggi, che egli sa bene essere più graditi.
La sfida del governo è, però, inevitabilmente altra cosa, tanto più in una congiuntura assai problematica, come quella che stiamo vivendo: gli impegni, che egli ha assunto, sono tutti di portata straordinaria e, se dovessero essere concretizzati, costituirebbero la via d’uscita dalla crisi sia per il Paese, sia per gli altri Stati europei, che sono legati all’Italia da interessi condivisi e da alleanze strategiche, in grado di prefigurare un destino comune per tutti i componenti dell’U.E.
Riduzione del cuneo fiscale, almeno in rapporto al 10%; pagamento dei debiti della P.A. verso le aziende ed i fornitori privati; manutenzione degli edifici scolastici; valorizzazione del ruolo dell’insegnante; snellimento nelle procedure di selezione del personale dirigenziale della Pubblica Amministrazione, sono tutti obiettivi ampiamente condivisibili ed auspicabili, ma pongono un quesito essenziale, a cui Renzi non ha dato, finora, alcuna risposta: con quali fondi sarà possibile far fronte ad impegni siffatti, che implicano una spesa quantificabile in non meno di trenta miliardi di euro, se si considerano solamente, in prima approssimazione, i primi due target sopra menzionati?
Oggi, indipendentemente dalle promesse renziane, il nostro debito pubblico è già ai limiti del famigerato 3%, imposto dal Trattato di Maastricht, per cui danaro in cassa, per concretizzare gli ambiziosi impegni renziani, non ce n’è; molto probabilmente, potrebbe essere necessaria una nuova Legge Finanziaria per rimettere i conti a posto, senza prendere in considerazione le promesse fatte dal sindaco di Firenze, all’atto del suo insediamento.
Evidentemente, la politica molto ha a che fare con la dimensione dei sogni e delle aspettative legittime di un Paese e della sua nuova classe dirigente, ma poi è necessario immaginare una via praticabile per trasformare tali desiderata in obiettivi concreti e percorribili, in un lasso di tempo almeno ragionevole; altrimenti, i sogni possono trasformarsi in incubi e ritorcersi contro chi li ha suscitati o, evocandoli, ha creato – suo malgrado – false aspettative.
Il Governo Renzi presenta, peraltro, una debolezza ulteriore: di fatto, esso si costruisce su una doppia maggioranza, quella con Scelta Civica e NCD, utile a condurre in porto le riforme di tipo economico, e quella con Forza Italia, necessaria per arrivare al varo della riforma costituzionale e, soprattutto, all’introduzione della nuova legge elettorale, tanto più necessaria dopo la sentenza della Corte Costituzionale, che di recente ha abrogato il Porcellum.
Siamo convinti che i partiti di Monti ed Alfano non toglieranno mai la fiducia all’Esecutivo, nato in questi giorni, perché sanno bene che, in caso di elezioni anticipate, rischiano seriamente di non far rientro più in Parlamento; invece, la vera insidia proviene da Forza Italia ed, in particolare, da Berlusconi, il quale manterrà in vita il Dicastero attuale fino a quando egli non sarà ricandidabile, ma – scommettiamo – è pronto a far venir meno il suo contributo, quando si renderà conto che è giunto il momento più propizio, per andare al voto, per sé e per la propria parte politica.
Tale doppio binario sarà, certamente, un elemento decisivo di logoramento per un Governo, che, benché presieduto dal Segretario Nazionale della principale forza partitica italiana, potrebbe non essere sostenuto convintamente dalla totalità del PD: nei prossimi mesi, infatti, il Partito Democratico vivrà momenti forti di fibrillazione, quando la minoranza interna chiederà maggiori spazi partecipativi e decisionali, visto che la maggioranza renziana è, quasi totalmente, impegnata con incarichi governativi, che inevitabilmente le sottrarranno tempo utile da dedicare alla complessa vita di partito.
A maggior ragione, gli osservatori e gli elettori sono legittimati a chiedere, a chi ci governa, maggiore prudenza, anche se non si può non capire il facile entusiasmo di chi, arrivato a Palazzo Chigi con una sorprendente tempistica, avverte l’onere di cambiare radicalmente l’Italia e di rifondarla su principi di maggiore equità, efficacia ed efficienza.
Forse, sarà necessaria una lezione di realpolitik?
Rosario Pesce