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Alla ricerca della legittimazione popolare

Alla ricerca della legittimazione popolare

di Rosario Pesce

L’esito della crisi politica, con il conferimento dell’incarico a Renzi per la formazione del nuovo Governo, pone un problema non di secondaria importanza: è questo il terzo Esecutivo consecutivo, che non viene scelto direttamente dai cittadini, visto che i precedenti Governi, quello di Monti e di Letta, non avevano ricevuto alcuna forma di consenso popolare. 
Renzi, a dire il vero, una forma di legittimazione popolare – anche se non piena – l’ha incassata attraverso il voto delle primarie dell’8 dicembre 2013, benché quel voto designasse solamente il segretario nazionale del PD e non il nuovo inquilino di Palazzo Chigi. 
Da un punto di vista formale, non si può eccepire alcuna riserva sull’operato delle massime istituzioni italiane. Il nostro Paese è, infatti, una Repubblica parlamentare, per cui la nascita dei Governi viene decretata dal Parlamento e l’elettore ha, solamente, il potere di eleggere i propri delegati, a cui poi spetta il compito di formare e di disfare le maggioranze, in base alle istanze e alle esigenze dei partiti, di cui sono espressione. 
È vero, però, che il nostro Paese ha vissuto, nell’ultimo ventennio, un’atmosfera politica ben diversa da quella della cosiddetta Prima Repubblica: infatti, anche non vi è mai stata la fatidica riforma costituzionale, l’Italia è diventata di fatto “semi-presidenzialista”, visto che - alle elezioni del 1994, 1996, 2001, 2006, 2008, 2013 - gli Italiani hanno votato per un Premier ed in lui si sono identificati fortemente, allontanandosi sempre più dal voto per i partiti, che era solo il risultato del trascinamento virtuoso di quello in favore del rispettivo leader. 
La crisi economica degli ultimi anni ha accentuato, vieppiù, la tendenza degli Italiani, i quali, ormai, vivono i partiti come dei corpi estranei alla società e tendono a riconoscersi nelle posizioni di questo o di quel leader, che, inevitabilmente, fa le fortune della propria lista di riferimento. Nei fatti, il Paese già vive un clima da democrazia diretta, benché difficilmente la Costituzione possa, a breve, adeguarsi al nuovo stato di cose e, soprattutto, alla rinnovata sensibilità dei nostri concittadini. 
In tale contesto, la scelta di Renzi di accettare l’incarico del Presidente Napolitano e di salire, dunque, a Palazzo Chigi attraverso un’operazione parlamentare e non attraverso la più ampia e salda legittimazione popolare, ineluttabilmente mina la fiducia degli Italiani nei suoi riguardi, i quali – indipendentemente dalla loro appartenenza ideale – si sentono “traditi”, perché privati di un potere di designazione, che sarebbe stato loro tolto in virtù del mancato ricorso anticipato alle urne. 
È, questo, un déjà vu: infatti, quando Berlusconi venne sfiduciato dalla Lega nel 1995, si creò un clima non dissimile da quello attuale, così come l’aspettativa del voto venne disattesa nel 2011, dopo la caduta del terzo Governo Berlusconi: si preferì, in quel caso, portare a termine la legislatura con un governo tecnico, quello di Monti, anziché restituire anzitempo la parola agli elettori, che – probabilmente – in quella circostanza avrebbero premiato il Centro-Sinistra, fortemente penalizzato, invece, in occasione del voto postecipato al febbraio 2013. 
Il dibattito sulle forme della democrazia è aperto sin dall’età moderna ed, invero, nessun filosofo o pensatore politico ci ha mai pienamente convinti circa i pregi della democrazia diretta rispetto a quella parlamentare; non si può, però, in modo reiterato togliere la parola all’elettore e, pertanto, crediamo giusto che il nuovo Presidente del Consiglio possa ipotizzare di elaborare un programma “minimo” - per la cui attuazione siano sufficienti dodici/diciotto mesi - e si possa, poi, dar vita ad un Esecutivo, che riceva un suffragio popolare ampio ed articolato, se si intende effettivamente riavvicinare la società reale al mondo delle istituzioni rappresentative. Qualsiasi altra scelta, tesa a tenere in vita l’attuale legislatura, potrebbe essere avvertita come un ulteriore strappo democratico e potrebbe rinfocolare chi ha l’interesse a delegittimare, ancora di più, il nostro già precario apparato politico-istituzionale. 

Rosario Pesce

 

 

 

 

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