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Addio ai piccoli partiti…

La legge elettorale, che andrà in vigore dopo l’approvazione delle Camere, avrà un sicuro effetto: tutti i partiti piccoli, cioè con un consenso al di sotto del 4,5%, non entreranno in Parlamento, per cui è molto probabile che la prossima legislatura possa vedere come protagonisti solo i tre grandi partiti – PD, PDL e M5S – a meno che quelli minori non si coalizzino e, formando degli improbabili cartelli elettorali, possano aggirare il limite molto alto, posto dalla nuova legge. 
Questa ipotesi verosimile, qualora si concretizzerà, determinerà evidentemente un ulteriore difetto di rappresentanza del prossimo Parlamento che sarà, dunque, espressione solo di una parte (esigua?) dell’elettorato italiano e non della sua interezza, visto che bisognerà prendere in considerazione, anche, la percentuale di astenuti che, non riconoscendosi nell'offerta politica di nessuno dei tre grandi partiti, preferiranno non recarsi alle urne. 
Si dirà, da molte parti, che la democrazia del XXI secolo è, di per sé, soggetta a tale significativa limitazione: ad esempio, nei Paesi, dove è in vigore il sistema maggioritario a doppio turno, come la Francia, al ballottaggio si reca al voto non più del 50% della popolazione nei momenti storici nei quali la partecipazione è più sentita. 
Un simile fattore pone delle domande di non secondaria importanza: l’esigenza di governabilità, evidentemente avvertita in un Paese – come il nostro – dove gli Esecutivi si formano e si disfano nell’arco di pochi mesi, induce un grandissimo sacrificio: quello della rappresentatività delle Aule parlamentari, sia in virtù del voto “utile”, che determina l’allontanamento dell’elettorato dai piccoli partiti, sia per effetto dell’astensionismo sempre crescente, che nasce dal distacco molto pronunciato fra la base elettorale e le istituzioni democratiche. 
Alle prossime elezioni quanti Italiani, pur andando al voto, non potranno contare su un proprio rappresentante nella massima Aula della democrazia italiana? 
I ceti sociali, che rimarranno privi di rappresentanza, come potranno esprimere il loro disagio o la loro eventuale disapprovazione per gli atti legislativi, che il nuovo Parlamento – di volta in volta – andrà a mettere in essere? 
C’è, poi, un quesito che riguarda, più da vicino, la geografia parlamentare ed i conseguenti equilibri governativi: nella tradizione italiana, i piccoli partiti, generalmente, hanno fatto le fortune elettorali del Centro-Sinistra, visto che, in quell’area politica, più forte è la tendenza alla frammentazione e alla moltiplicazione di liste, per effetto di un istinto compulsivo alla divisione che, ormai, non si riesce più ad inibire dal 1921 in poi. 
Orbene, l’eventuale sconfitta delle liste minori – potenzialmente alleate dello schieramento progressista – quanto inciderà sul risultato finale? 
Quanto favorirà la Destra di Berlusconi, che riesce, spesso, con grande abilità a far convergere i voti dei partiti satelliti del suo schieramento sul listone di Forza Italia? 
Non dimentichiamo, infatti, che i tre partiti principali sono tutti realmente in gioco per poter accedere al ballottaggio e giocarsi, così, la chance della vittoria finale secondo lo schema previsto dal nuovo dispositivo elettorale, che si andrà ad approvare definitivamente nelle prossime settimane. 
Renzi, pur dotato di maggior fascino mediatico rispetto ai suoi avversari, Berlusconi e Grillo, potrebbe rischiare di perdere le elezioni – o, addirittura nell’ipotesi peggiore, di non arrivare neanche al ballottaggio – perché, forse con eccessiva imprudenza, ha già “scaricato” i raggruppamenti minori della Sinistra – su tutti, S.E.L. – che, ad esempio, nello scorso mese di febbraio, hanno consentito al PD di Bersani di arrivare, comunque, davanti agli altri due contendenti, sia pure con una percentuale minima, quasi irrisoria. 
Si è detto, giustamente, che Renzi viva la medesima aspirazione di Veltroni: quella di un partito “a vocazione maggioritaria”, che possa essere autosufficiente e, dunque, non aver bisogno del contributo – per quanto piccolo – delle forze contigue per tradizione culturale ed, in particolare, per condivisione di esperienze di governo ai sottostanti livelli amministrativi, regionali, provinciali e cittadini. 
Quella scommessa veltroniana determinò la sconfitta del 2008 e consegnò il Paese a Berlusconi per circa cinque anni: questa volta, forse, il medesimo schema d’azione – reiterato, ancora, a proprio danno – potrà consegnare l’Italia, di nuovo, al Cavaliere o, peggio ancora, al populismo grillino? 

Rosario Pesce

 

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