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Se viene meno il rispetto istituzionale…

Gli episodi incresciosi, che si sono consumati in questi giorni alla Camera dei Deputati, dimostrano bene quanto il clima sia infervorato e quanto la nostra democrazia sia lontana dal vivere un’ideale condizione irenica; non era mai successo, infatti, né che un parlamentare apostrofasse, con un epiteto altamente offensivo, il Capo dello Stato, né che, in più sedute consecutive di lavoro, sia in Aula che in Commissione, si arrivasse reiteratamente alle mani fra deputati di opposte fazioni, emulando così i comportamenti peggiori dei bulli di strada. 
È evidente che il rispetto per le istituzioni e per l’alto incarico di rappresentanza della volontà popolare stia progressivamente venendo meno; si sta sgretolando il senso dello Stato ed i primi ad essere affetti da questa pericolosa patologia sono gli stessi politici, che dimostrano di credere nella Cosa Pubblica ancor meno di quanto non facciano i cittadini, che finora, pur criticando aspramente e legittimamente la casta, non hanno però consumato atti di gravità analoga o superiore. 
L’esempio, che viene fornito pertanto da siffatti rappresentanti del popolo, è pessimo: nell’immaginario e nella sensibilità collettiva è inconcepibile che dei parlamentari – già avvertiti come dei privilegiati per i loro altissimi emolumenti in tempo di crisi – giungano alle mani o realizzino un sistematico vilipendio di quelle istituzioni, che dovrebbero invece difendere e di cui dovrebbero tutelare il buon nome. 
Eppure, ciò si sta realizzando con sempre maggiore frequenza e, certamente, non si arreca alcun vantaggio alla credibilità dello Stato, visto che il sentimento di avversione contro la casta è sufficientemente forte, a tal punto che non sono necessari ulteriori elementi di discredito ai danni delle fondamenta della democrazia parlamentare. 
L’ingresso sulla scena parlamentare del M5S è stato il fattore di innesco di una dinamica siffatta: l’antipolitica, infatti, per alimentarsi e per attrarre sempre maggiori consensi, ha bisogno di urla, di parole violente e di comportamenti conseguenti. 
Ebbene, al di là delle ragioni di merito e di opportunità, che possono sostanziare il dibattito, ci domandiamo quali possano essere le pulsioni che spingono un parlamentare della Repubblica ad usare un linguaggio così triviale, da arrivare ad apostrofare come “boia” una persona perbene, di grandissimo spessore culturale e rigore morale, come il Presidente Napolitano. 
Forse, siamo prossimi all’impazzimento generalizzato ed in particolare di chi, avendo la responsabilità di guidare il Paese, dovrebbe conservare la lucidità e non dovrebbe mai smarrire il senno? 
Forse, aumentando i decibel della propria voce strepitante, si spera, la volta successiva, di conseguire più voti di quelli ottenuti in occasione della tornata elettorale precedente? 
Forse, si crede che le ragioni proprie e quelle altrui si debbano misurare sul terreno esclusivo dello scontro fisico e della reciproca offesa? 
Forse, la contumelia prenderà il posto, nei prossimi anni, dei ragionamenti politici più raffinati e funzionali al rafforzamento delle istituzioni democratiche e del loro grado di effettiva rappresentatività delle istanze popolari? 
Si vuole, forse, che l’Italia si avvii irreversibilmente verso una triste fase di decadenza e di sanguinoso contrasto interno fra fazioni, ormai, non più sensibili al Bene comune? 
Certo è che, procedendo su un siffatto sentiero, si rischia – come si dice in gergo – di “gettare il bambino con l’acqua sporca”, cioè, fuor di metafora, di rinunciare a quelle conquiste di civiltà, la Repubblica Parlamentare e l’odierna Carta Costituzionale, che sono costate un prezzo altissimo in anni nei quali solo una minoranza di Italiani aveva il coraggio di contrastare, apertamente, la dittatura fascista. 
Quel sacrificio dei nostri nonni non deve essere vanificato: gli Italiani – nonostante i loro atavici difetti – non meritano di ricadere vittime né di una nuova stagione terroristica, né di una dittatura tanto subdola, quanto autoritaria. 

Rosario Pesce

 

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