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Rappresentatività o governabilità?

Il dibattito di questi giorni, circa la riforma della legge elettorale, ci induce a fare una breve riflessione sulla storia dei meccanismi di elezione in Italia, dall’immediato post-Unità fino ad oggi. 
Tutti sanno bene che il suffragio universale maschile è una conquista relativamente recente, dovuto a Giolitti, che lo introdusse nella legislazione italiana solo nel 1912, mentre il suffragio universale, allargato alle donne, è ancora più recente, visto che il gentil sesso ha potuto votare, per la prima volta, nel 1946, in occasione del referundum sulla forma istituzionale dello Stato e delle elezioni contestuali per l’Assemblea Costituente. 
L’Italia, quindi, per oltre cinquant’anni, dal 1861 fino al 1912, ha conosciuto il suffragio parziale, che garantiva la possibilità di voto solamente ad una minoranza ristrettissima di nostri connazionali, generalmente non più del 3% di Italiani, i quali potevano vantare un alto censo e, di conseguenza, un buon livello di istruzione. Quella era l’Italietta liberale, uscita dal processo risorgimentale, governata dalle élites, rappresentate dal nascente ceto industriale settentrionale, dagli agrari meridionali e dal ceto burocratico-dirigenziale, che si era formato nel XIX secolo prendendo a modello il funzionamento delle istituzioni francesi, per loro tradizione costruite su un forte centralismo e sul ruolo preponderante dei cosiddetti “grands-commis” di Stato. Era, quella, l’Italia de Il Gattopardo, nella quale un funzionario della Corte piemontese poteva andare in Sicilia ed offrire un seggio senatoriale ad un aristocratico, ben sapendo che la democrazia si costruiva su un meccanismo di cooptazione dall’alto e non sulla partecipazione, né sull’effettiva rappresentatività delle istanze del corpo elettorale, qualunque fosse la sua dimensione numerica e sociale. 
L’esperienza del suffragio universale maschile, voluta fortemente da Giolitti per consentire l’ingresso in Parlamento dei partiti di massa - quale il cattolico ed il socialista - non poté che durare per breve tempo, visto che, prima, lo scoppio della Guerra Mondiale e, poi, l’avvento del Fascismo interruppero quel virtuoso processo democratico, che si era avviato in Italia dopo la strage di Milano del 1898 e con l’inizio, dunque, dell’epoca giolittiana. 
La Repubblica, quindi, a partire dal 1948 in poi, ha conosciuto sempre il medesimo meccanismo elettorale, dal momento che ogni tentativo di modificare la legge proporzionale pura si arenò contro l’opposizione di Comunisti e Socialisti: l’episodio della Legge Truffa del 1953 ne costituisce l’esempio più fulgido. 
Quel sistema di voto è rimasto in piedi per molti decenni, dalle elezioni del 1946 fino a quelle del 1992 ed ha ben fotografato l’Italia di quei 5 decenni: un Paese in cui erano radicate tre forze politiche effettivamente popolari – DC, PCI e PSI – intorno alle quali ruotavano altri partiti, ben più elitari nel consenso, che offrivano, di volta in volta, il proprio contributo per comporre il Governo e per allargarne la base sociale di riferimento. Ad esempio, il PRI, pur avendo un consenso minimo, era fondamentale nello scenario parlamentare, perché rappresentava gli interessi legittimi di quell’alta borghesia del Nord (gli Agnelli ed il mondo Fiat più in generale) in stretto collegamento con i poteri forti – politici, militari ed economici – d’Oltre-Oceano. 
L’inizio della Seconda Repubblica, nel 1994, è coinciso con la delegittimazione dei partiti tradizionali e con l’avvento di leaders telegenici e dei loro comitati elettorali, fortemente, sostenuti da questo o da quell’imponente apparato mass-mediatico. 
Il proporzionale della Prima Repubblica ha, quindi, lasciato il posto a quel sistema maggioritario, esistente già al tempo del Regno d’Italia, che ha il grande merito di assicurare la governabilità – se ben applicato – ai danni, però, della rappresentatività; infatti, scopo del maggioritario è quello di dare la maggioranza assoluta dei seggi ad una forza o ad un blocco di partiti che hanno un consenso ben al di sotto della soglia fatidica del 50%. Evidentemente, il sistema maggioritario - di natura elitario - lascia fuori, però, dal Parlamento quelle forze minori – collocate, per lo più, nell’area dell’estrema Sinistra o dell’estrema Destra – che rappresentano, comunque, settori importanti dell’elettorato, portatori – talora – di un rilevante disagio socio-economico. 
Il dibattito di questi giorni, in merito alla proposta di Renzi e Berlusconi, ripropone il dilemma teorico, che è alla base dell’idea stessa di democrazia: è opportuno privilegiare la rappresentatività, evitando che ambienti cospicui dell’attuale popolazione italiana rimangano privi - in un triste momento di crisi economica, morale e finanziaria - della necessaria rappresentanza parlamentare, oppure, per dare slancio all’azione dei futuri Governi, è consigliabile favorire la governabilità, trasformando la minoranza numericamente più ampia (e, potenzialmente, non superiore ad un terzo, circa, dell’intero elettorato) in una maggioranza forte e coesa? 
Sembra che tutti i partiti dell’odierno arco costituzionale preferiscano la seconda opzione, in nome di un principio di efficacia e di efficienza che si trasferisce, tout court, dalla gestione delle aziende private e della Pubblica Amministrazione al vertice politico della stessa; siamo sicuri che, anche, gli Italiani optino per la medesima scelta? 

Rosario Pesce

 

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