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La finanziarizzazione dell’economia mondiale

indubbio che l’economia, nel corso degli ultimi venti anni, abbia subìto un vistoso processo di finanziarizzazione, per cui ingenti capitali, sia in euro che in dollari, si sono spostati dal mondo della produzione a quello della finanza, sottraendo dunque risorse preziose, che avrebbero potuto, altrimenti, essere usate per creare ricchezza e sviluppo. 
Una tale dinamica è stata, inevitabilmente, favorita dall’internazionalizzazione del sistema produttivo: molti investitori, infatti, percependo in essa un pericolo, hanno preferito movimentare danaro in favore della rendita parassitaria, facendolo venir meno alla produzione, perché quest’ultima è regolata da fattori ben più complessi e rischiosi che, a volte, possono riservare sorprese spiacevoli. 
Si è creata, pertanto, un’enorme riserva di danaro, che sovente sfugge al controllo fiscale dei vari Stati nazionali, a causa di legislazioni complici, che tendono a favorire l’accumulazione non virtuosa di capitale non destinato - almeno immediatamente - ad investimenti di natura produttiva. 
La finanziarizzazione dell’economia è coincisa, vieppiù, con un’altra con-causa: la nascita della moneta unica europea, che ha imposto a tutti i Paesi del vecchio continente una disciplina nei conti molto più rigorosa di quella che era vigente, quando esistevano ancora le monete nazionali e, soprattutto, la politica monetaria veniva concepita e realizzata dalle Banche Centrali dei singoli Stati e non – come accade ora – dalla Banca Centrale Europea. 
Il risultato di una siffatta dinamica è stato tragico sia per i lavoratori, che per gli imprenditori: i primi si sono visti espulsi, progressivamente, dai luoghi di lavoro, benché in età anagrafica fin troppo bassa per ambire al pre-pensionamento, mentre i secondi si sono visti negare quella necessaria attività di finanziamento, che prima loro era assicurata dagli istituti di credito. Questi, infatti, oggi ritengono molto più vantaggioso e meno rischioso finanziare il debito statale, acquistando i Bond dei vari Stati nazionali, piuttosto che alimentare il debito privato, anche quando esso è la premessa necessaria per investimenti e non è, meramente, una passività che nasce da una un’improvvida gestione delle risorse, in proprio possesso, da parte di piccole aziende o di nuclei familiari. 
Morale della favola: lo Stato paga meno interessi sul debito pubblico, perché ha un finanziatore – il sistema bancario – pronto ad intervenire in suo soccorso e ad evitarne il default; l’inflazione è stata definitivamente sconfitta, visto che i prezzi si sono notevolmente abbassati, perché i consumi si sono drasticamente ridimensionati, e le famiglie tendono sempre con maggiore difficoltà a vivere perché, mancando la rasserenante prospettiva di uno sviluppo economico credibile e duraturo, tendono al risparmio o per mancanza assoluta di disponibilità o perché pensano sia più giusto, in tempo di crisi, imitare le formiche e non le cicale. 
Le varie scuole di economisti – neo-liberisti o neo-keynesiani che siano – nel tentativo di trovare delle soluzioni percorribili propongono astratti modelli matematici, a sostegno di questa o di quella tesi, mentre il sistema istituzionale, italiano ed europeo, si dimostra incapace nell’affrontare una siffatta emergenza, visto che le variabili economiche e finanziarie non sono più controllabili dalla politica, che ha tempi e modalità di azione sempre più desueti ed inadatti ad affrontare problematiche così complesse, che afferiscono ad un ambito di tipo planetario, in grado di trascendere quello meramente nazionale o macro-regionale. 
Anche per tale motivo, è necessario che la nostra classe dirigente favorisca il cambiamento, per poter avere, finalmente, istituzioni che siano capaci di elaborare e realizzare, in tempi relativamente brevi, le opportune misure contro una spirale economica che rischia, altrimenti, di rendere sempre più poveri ampi strati della popolazione. 
Al primato dell’economia sugli altri settori della vita sociale ed umana – come è noto, teorizzato nel XIX secolo da una bella testa pensante – si è sostituito quello, più triste, della finanza che rende, per sua natura, sempre meno possibile ogni auspicabile controllo democratico da parte dello Stato, teso a favorire una più equa redistribuzione delle ricchezze. 
È giunto il momento, dunque, che la preannunciata riforma della Costituzione tenga conto di tali priorità, allo scopo di costruire un sistema di democrazia parlamentare o diretta, comunque, coerente con le rinnovate istanze del XXI secolo. 
Sarà capace la nostra classe politica di definirla e di realizzarla? 

Rosario Pesce

 

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