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L’importanza delle minoranze

Le vicende degli ultimi giorni, che hanno interessato il Partito Democratico, dimostrano quanto importante sia il ruolo delle minoranze in una formazione politica, che aspira a governare il Paese nei prossimi anni e che, ora, esce da una tormentata stagione congressuale. 
Noi tutti abbiamo assistito ai lavori della Direzione Nazionale di ieri ed abbiamo apprezzato l’atteggiamento di Cuperlo, che, evitando di fare polemica, dopo aver ricevuto uno sgradevole attacco personale, ha preferito astenersi e dare le proprie dimissioni dal ruolo di Presidente nella mattinata odierna. 
Non si può negare che ragioni molto forti ci siano sia dalla parte renziana, che da quella cuperliana: per un verso, il Segretario ha bisogno di rilanciare in tempi brevissimi l’azione del PD, facendosi protagonista di una strategia che – per quanto discutibile possa essere – senza dubbio vanta il grande merito di mettere in moto un meccanismo di riforme, che potrà rendere le istituzioni parlamentari più coerenti con i bisogni degli Italiani, oggi molto diversi rispetto a quelli del 1946/47, quando venne scritta la Costituzione. 
Per altro verso, c’è una rispettabilissima posizione – quella, appunto, di Cuperlo e della minoranza, che egli rappresenta – tesa ad evidenziare dei limiti oggettivi nella proposta renziana, che sembrano tali anche a noi: sia l’assenza della preferenza, che la percentuale molto bassa (35%), prevista affinché scatti il premio di maggioranza sin dal primo turno, costituiscono elementi di discussione per chi è specialista in diritto pubblico. Non a caso, le obiezioni dell’ex-Presidente del PD hanno, subito, trovato terreno fertile nelle riflessioni di illustri costituzionalisti - come Michele Ainis - pubblicate stamani in prima pagina dal Corriere della Sera. 
Senza entrare nel merito delle tematiche, affrontate ieri da Cuperlo ed oggi da Ainis, ci pare opportuno soffermarci, assai brevemente, su una questione di fondo: contrariamente al passato, il Partito Democratico ha costruito una leadership molto carismatica, come quella renziana, che sta progressivamente facendo terra bruciata del dissenso interno, come si è evidenziato nei lavori di ieri, visto che molti componenti della Direzione – per sincero convincimento personale o per ragioni di mero opportunismo – hanno sposato le tesi del Segretario, evitando accuratamente di muovere obiezioni o di esprimere posizioni che potessero apparire, minimamente, divergenti da queste. 
Il coraggio e l’onestà intellettuale di Cuperlo sono stati evidenti: egli ha saputo dare espressione ad un disagio, che – pur presente in forma carsica – tende ad emergere in modo sempre più difficile. Peraltro, la sua posizione, pur fortemente minoritaria nella Direzione, potrebbe avere ben maggiore radicamento all’interno dei gruppi parlamentari, dove la componente autenticamente renziana è in netta minoranza rispetto a quella bersaniana, dalemiana ed ex-diessina più in generale. 
Governare un partito, pertanto, si dimostra attività non agevole: Renzi invoca a suo vantaggio la forza derivantegli dal consenso copioso delle primarie dell’8 dicembre 2013; la minoranza diessina si aggrappa, invece, alla legittimità di un sottile ragionamento politico che – condivisibile o meno – deve essere, comunque, preso in considerazione, se si vuol evitare che i provvedimenti legislativi – concepiti da Renzi e Berlusconi – non naufraghino miseramente per effetto dei franchi tiratori, potenzialmente, presenti fra i deputati ed i senatori democratici. 
Per tal motivo, forse un po’ di maggiore prudenza sarebbe stata consigliabile a Renzi, il quale – a nostro avviso – può, ancora, far sue le riflessioni critiche, mosse dalla Sinistra interna, e condividerle con Berlusconi, per poter così contrattare, con il leader di Forza Italia, degli emendamenti al disegno riformatore, originariamente, concepito. 
Altrimenti, si corre il serio rischio che, per l’evidente disagio interno al PD, l’intero processo di cambiamento della nostra democrazia parlamentare - illustrato lucidamente, ieri, dal Segretario - possa arenarsi su dissensi, ai quali non è stata fornita alcuna ipotesi di risposta convincente. 
Ad esempio, al fine di dare una maggiore rappresentatività democratica alla composizione del prossimo Parlamento, il limite, affinché scatti il premio di maggioranza già al primo turno, può essere innalzato dall’ipotizzato 35%, almeno, al 40%? 
O può, finalmente, essere presa in considerazione l’idea di introdurre le preferenze, visto che il meccanismo delle liste bloccate può favorire solo Berlusconi, il quale avrà, nella prossima tornata elettorale, l’ultima occasione per misurare il suo consenso personale, piuttosto che quello dei suoi candidati? 
Lo stile di Renzi ci affascina, così come il suo coraggio, davvero, leonino: a volte, però, un po’ di prudenza eviterebbe di creare scossoni nel Partito e nella pubblica opinione – che ci osserva e ci giudica – e, soprattutto, consentirebbe di condurre in un porto sicuro la nave delle riforme, altrimenti assai precaria ed incerta. 
C’è, inoltre, un pericolo reale che le vicende degli ultimi giorni non hanno, per nulla, fugato: quello di una scissione all'interno del PD, che riporti il quadro politico indietro di qualche anno, quando esistevano ancora i D.S. e la Margherita. 
Pertanto, ci piacerebbe ascoltare, anche, la voce del Premier: la sua opinione autorevolissima potrebbe riportare serenità in un partito, che rischia altrimenti di divenire autolesionista, come già è successo nel recentissimo passato, e potrebbe mettere il Governo al riparo da spiacevoli imboscate, sempre frequenti quando regna un clima di fibrillazione. 

Rosario Pesce

 

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