Berlusconi redivivo…
L’evento della settimana è, indubbiamente, rappresentato dalla visita di Berlusconi a Renzi presso la sede del PD a Roma: un incontro che segnerà lo sviluppo della legislatura in corso, visti gli impegni che sono stati assunti dai due leaders.
Oggetto del compromesso è il progetto di revisione sia del meccanismo elettorale, che del Titolo V della Costituzione, nella parte precipua relativa alle competenze regionali in materia energetica.
L’intesa, in particolare in materia di legge elettorale, è molto importante, viste le conclusioni a cui si è arrivati: i due leaders, infatti, si sarebbero accordati per introdurre un meccanismo di voto proporzionale sul modello di quello spagnolo, con circoscrizioni molto piccole, un premio di maggioranza già definito a-priori ed una quota di sbarramento, che impedirebbe l’ingresso in Parlamento alle formazioni minori, che – sia per Renzi, sia per Berlusconi – vantano un eccessivo potere di interdizione e contano, negli equilibri parlamentari, molto di più del loro effettivo consenso.
Evidentemente, l’assunzione del modello elettorale spagnolo crea problemi di non poco peso al Governo, perché il primo partito, che rischia seriamente di non entrare nel prossimo Parlamento, è quello di Alfano, che – ad oggi – non avrebbe i numeri elettorali per superare la quota di sbarramento del 4%, prevista dal disegno di legge, che sarà varato nelle prossime ore.
La ritorsione di Alfano non si è fatta, certo, aspettare: il Nuovo Centro Destra, nato a seguito della crisi delle Larghe Intese, nello scorso mese di novembre, quando andò in soccorso del Governo Letta – che, altrimenti, non avrebbe retto al venir meno della fiducia da parte dei senatori berlusconiani – rischia oggi di andare, così, fuori dai futuri giochi politici ed essere costretto a ritornare, mestamente, sotto l’egida di Forza Italia.
Il vero vincitore dell’altro giorno è, evidentemente, Berlusconi: egli non solo ha dato il via libera ad un automatismo di voto, che cancellerà dalla prossima legislatura quei nemici interni, che lo hanno “tradito”, quando si doveva votare la sfiducia al Governo Letta, ma soprattutto è diventato, di nuovo, il protagonista unico della scena istituzionale, dopoché era stato allontanato dal Senato, poche settimane or sono, a seguito del voto sulla sua decadenza, fortemente voluto dai Grillini e dal PD di Bersani ed Epifani.
L’accordo, stipulato con Renzi nel pomeriggio dello scorso sabato, è dunque – anche indipendentemente dai contenuti pattuiti – un successo straordinario per il proprietario di Mediaset, il quale è tornato ad occupare un ruolo centrale nella dinamica parlamentare: è evidente a tutti che, senza il suo prezioso consenso, non è possibile, nell’attuale legislatura, né introdurre una nuova legge elettorale – comunque, necessaria ed opportuna prima dello scioglimento delle Camere – né modificare la Costituzione in quelle parti – come il Titolo V – che risultano essere poco chiare e foriere di contenziosi inenarrabili dinnanzi alla Consulta.
In poche settimane, Berlusconi ha cessato di essere un criminale, condannato in via definitiva dalla Cassazione per odiosi reati di natura fiscale e, pertanto, meritevole di non sedere più sugli scranni di Palazzo Madama, ed è diventato di nuovo un leader, di cui la democrazia italiana non può fare a meno, se si vuole avviare un processo di riforme virtuose, che le consentano di accelerare i processi decisionali e, soprattutto, di assicurare condizioni pur minime di governabilità ad un Paese, per tradizione, bloccato dai veti incrociati e dalla diffusione “a pioggia” di competenze, poteri e responsabilità.
Il primo effetto dell’incontro dello scorso sabato è stato lo scoppio immediato di una nuova ed aspra conflittualità all’interno del Partito Democratico: infatti, la minoranza – soprattutto ex-diessina – ha criticato fortemente l’operato del Segretario Nazionale, accusato di aver rilegittimato un soggetto, che sembrava definitivamente fuori dall’agone politico, dopoché era stata votata la sua decadenza ed era venuto meno il consenso determinante di Forza Italia al Dicastero Letta.
L’altra conseguenza – certamente di non poco conto per il Paese – è stata la delegittimazione, di fatto, del Governo in carica, che rischia di perdere il sostegno parlamentare di quella forza, pur minoritaria, che gli ha consentito di sopravvivere nei mesi nei quali Berlusconi si era, invece, defilato dalla maggioranza.
Anche se l’accordo non riguarda, infatti, la composizione ed il futuro a breve del Governo, è inevitabile sottolineare come, di fatto, sia stato cambiato di nuovo l’equilibrio su cui si reggono le sorti della legislatura corrente: il ‘fil rouge’, che collega Berlusconi a Renzi in materia di modifiche costituzionali e di revisione della legge elettorale, bypassa apertamente l’Esecutivo e crea “in re” una nuova maggioranza, parallela a quella che, formalmente, ancora mantiene in vita il Governo attuale e che si tiene grazie alla debolissima intesa – sia per i numeri, che per l’azione politica, finora, messa in essere – fra il PD e il NCD.
Cosa, allora, avrebbe dovuto fare Renzi?
Non avrebbe dovuto, forse, ricercare l’accordo con Berlusconi?
Non avrebbe dovuto riceverlo – con una siffatta, ampia e trionfale eco mediatica, estremamente vantaggiosa per il suo ospite – nella sede nazionale del proprio Partito, a Largo Nazareno?
Non avrebbe dovuto riconoscere un ruolo di tale importanza a chi lo ha naturalmente, perché controlla, ancora, il secondo gruppo parlamentare per consistenza numerica?
Molti sono i quesiti, che rimangono privi di una risposta universalmente condivisa: certo è che il Paese ha bisogno di risposte concrete a problematiche, che si trascinano ormai insolute da decenni.
Forse, è giunto il momento che chi – come Renzi – manifesta coraggio politico e spirito d’iniziativa senza uguali non si autocensuri, stando però attento a non perdere il sostegno di una parte importante, seppur minoritaria, del suo partito e, soprattutto, il consenso dell’opinione pubblica progressista, che aveva creduto che l’epoca del berlusconismo fosse finita, per davvero, quel 1 agosto 2013, quando il Giudice di legittimità lesse il dispositivo che rendeva definitiva la sentenza di condanna per il proprietario di Mediaset, irrogata dalla giurisdizione di merito di I e II grado.
Rosario Pesce