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Un Paese in crisi…
di Rosario Pesce
È evidente a tutti che il nostro sia un Paese in crisi: è, questa, una triste realtà che si può evincere dai dati macroeconomici fondamentali, ma che si può rilevare, soprattutto per via empirica, guardando i visi degli Italiani, quando li si incontra per strada: sono volti a cui, sovente, manca il sorriso oppure, laddove è presente, esso è forzato. D’altronde, come si potrebbe sorridere, se moltissime famiglie hanno difficoltà ad arrivare a fine mese ovvero devono scegliere se pagare le imposte o sopravvivere ovvero non hanno alcuna certezza sul futuro professionale dei loro figlioli? La crisi economica, nel corso degli ultimi anni, ha prodotto effetti ampi e diffusi, che non riguardano solamente l’aspetto meramente produttivo: la contrazione fortissima del nostro sistema industriale ed, in particolare, la conseguente diminuzione di opportunità lavorative, sia per i giovani, che per le persone di mezza età, determinano effetti devastanti ai danni di una comunità nazionale, che pare aver perso il collante che, finora, l’ha tenuta insieme. La storia insegna che, quando si verificano fenomeni simili, generalmente nasce la consuetudine ad individuare dei capri espiatori, che diventano i destinatari dell’odio e dei peggiori sentimenti di vendetta. Purtroppo, a volte, tendenze simili hanno generato mostri veri e propri: non dimentichiamo, ad esempio, che la propaganda antisemita del Nazismo, nella Germania del primo dopoguerra, incontrò terreno fecondo per effetto della disastrosa sconfitta bellica e della crisi che, conseguentemente, scoppiò nel Paese più ricco d’Europa dopo il 1918. Così, molti altri sono gli episodi, offerti dalle pagine dei libri di storia, che raccontano di minoranze perseguitate o di gruppi di cittadini oggetto di sistematiche ed inaudite violenze, perché individuati ingiustamente come responsabili di tragedie o di momenti di forte scoramento per le comunità, di cui facevano parte. Tali contingenze costituiscono, spesso, la premessa purtroppo per esiti politici drammatici: colpi di Stato, violenze di massa sono, infatti, elementi che si accompagnano alle crisi economico-finanziarie, determinando la recrudescenza dello stato di natura, che riconduce l’umanità alle primordiali condizioni di vita belluina. Fortunatamente, l’Italia odierna non si trova in siffatta condizione: l’economia, se supportata dai giusti provvedimenti strutturali, può ripartire e creare, così, le premesse di un’esistenza almeno dignitosa per quegli strati sociali che, oggi, hanno già varcato la soglia dell’emarginazione o vi sono, ormai, prossimi. È, però, necessario che le riforme economiche siano accompagnate da mutamenti altrettanto radicali, almeno, in altri due essenziali ambiti della vita sociale, se si vuole che la crescita sia autentica ed integrale: la politica e l’istruzione. Si parla, infatti, di riforma dello Stato a partire dagli anni ’80 del secolo scorso e, fino ad adesso, nulla di effettivamente significativo è stato prodotto, se non la revisione del Titolo V della Costituzione, che invero ha creato più criticità di quante ne abbia risolte: basti pensare ai contenziosi fra lo Stato e le Regioni che si sono moltiplicati in materia di competenze concorrenti, creando così una conflittualità dinnanzi alla Consulta che, talora, è stata risolta con difficoltà dai giudici costituzionali. Altresì, i dati afferenti al sistema dell’istruzione non sono confortanti: il nostro Paese ha un alto tasso di evasione dall’obbligo scolastico e formativo; analogamente, registra un basso tasso di laureati. Allarmante, in particolare, è il trend che trova espressione in un un fattore statistico inequivocabile: agli inizi del XXI secolo, il 73% dei giovani diplomati italiani si immatricolava all’università; oggi, a distanza di soli dieci anni, questo dato supera di poco il 50%. È, peraltro, inevitabile che l’accentuarsi della crisi possa causare un ulteriore decremento della percentuale di chi decide di continuare gli studi, dopo aver concluso la secondaria di II grado, a testimonianza del fatto che il regresso della nostra società civile è, anche, effetto di una sempre minore domanda di istruzione di livello medio alto. Non è un caso se gli studenti, in uscita dalla secondaria di I grado, oggi tendano a preferire, a quello della tradizione liceale, il canale dell’istruzione professionale – assai ingiustamente considerato di livello culturale inferiore all’altro – perché offrirebbe più immediate occasioni di lavoro. Nonostante ciò, è molto preoccupante il dato dei giovani, di età compresa fra i 16 ed i 30 anni, cosidetti “N.E.E.T.”, cioè non impegnati nei percorsi dell’educazione/formazione, né occupati in attività lavorative o di apprendistato. Per creare le condizioni di una svolta, è però necessario che chi ha le leve del potere assuma un’iniziativa forte, prima che sia troppo tardi: è, davvero, avvilente assistere a volte ai dibattiti politici, perché costituiscono la prova più evidente che la nostra classe dirigente, sempre più autoreferenziale, non percepisca i bisogni reali della nazione e tenda a chiudersi in se stessa, quasi a difendere uno status, avvertito come condizione ingiusta di privilegio da chi ha poco o niente. Peraltro, a fronte di una drastica restrizione dello stato sociale, esistono fortunatamente ancora degli ammortizzatori (basti pensare all’aiuto finanziario, che i nonni offrono a figli e nipoti), che consentono ad una fetta non irrilevante della popolazione di non cadere nella fascia di povertà: quando queste condizioni ancora favorevoli non ci saranno più, il nostro Paese perderà irreversibilmente il rango di potenza mondiale, che ha avuto fino agli anni ’90 del secolo scorso. È, dunque, ipotizzabile un salto di qualità, finalmente, nei comportamenti della nostra classe dirigente? È auspicabile una tempestiva riconciliazione fra gli Italiani e quanti finora li hanno governati? È possibile immaginare una prospettiva di crescita – economica, culturale e morale – per un Paese che ha perso fiducia in sé e nelle proprie istituzioni più rappresentative? I prossimi mesi – è evidente – saranno decisivi per comprendere se l’Italia si sta avviando o meno lungo il giusto sentiero. Rosario Pesce
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