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“Fassina, chi?”

“Fassina, chi?”

L’esternazione di Renzi, nel corso della conferenza stampa di ieri sera, ha prodotto le dimissioni del Vice-Ministro Fassina, che – in aperta polemica con il suo leader di partito – ha deciso di uscire dal Governo, motivando il suo gesto con l’esigenza che vada adeguata la rappresentanza ministeriale del PD ai nuovi equilibri politici, che costituiscono l’esito delle primarie dello scorso 8 dicembre. 
La posizione di Fassina – pur giusta in linea teorica – presenta un evidente limite: le dimissioni non andavano date in modo così plateale, perché evidentemente il gesto dell’ex Vice-Ministro produce disagio sia al partito, che all’Esecutivo stesso. 
È solare il fatto che la composizione dell’attuale dicastero non rifletta più i rapporti di forza, che si sono modificati, notevolmente, nel corso degli ultimi due mesi: non solo la componente cuperliana risulta sovra-rappresentata nell’odierno Governo, rispetto al peso specifico conseguito all’ultimo Congresso, ma c’è soprattutto un partito, il Nuovo Centro Destra, che ora vanta la medesima compagine ministeriale attribuita a Forza Italia ad aprile, in stridente contrasto con i numeri parlamentari di un gruppo, che in primavera non esisteva neanche. 
Quindi, un cambio della composizione dell’attuale Esecutivo deve essere realizzato a breve, ma certamente con modalità assai diverse da quelle promosse da Fassina; il modo più appropriato ci sembra essere quello espresso da Renzi, visto che la richiesta di una modifica sostanziale degli equilibri interni di una compagine governativa, per essere accettata dalla pubblica opinione, deve essere veicolata attraverso una riproposizione ed una rimodulazione degli obiettivi programmatici, che la maggioranza, ad ogni verifica, decide di darsi. Da una siffatta operazione – legittima ed auspicabile – può trarre ragione di essere, poi, un passaggio parlamentare, che ratifichi un nuovo patto di coalizione e, quindi, sancisca il cambio dei Ministri nei posti chiave, visto che le personalità finora investite di prestigiosi incarichi ministeriali – per quanto molto autorevoli, come lo stesso Fassina – non possono andare bene per tutte le stagioni politiche, come accadeva, invece, ai tempi dell’andreottismo rampante. 
Quanto al contenuto - eventualmente lesivo della dignità altrui - dell’esternazione renziana, ci pare sorprendente come un politico esperto e navigato, qual è Fassina, possa offendersi per una battuta, che ha tradotto plasticamente il disagio di un Segretario, quotidianamente, contrastato sui media nazionali da un rappresentante governatitvo del proprio partito, espressione peraltro di una corrente risultata fortemente minoritaria in occasione del voto popolare dell’8 dicembre scorso. 
È, davvero, opportuno allora che la classe politica faccia il definitivo salto di qualità, che finora è mancato? 
È auspicabile che inizi, cioè, a pensare ai traguardi programmatici rilevanti per gli interessi del Paese, piuttosto che ai pur importanti destini personali? 
È arrivata, forse, l’ora che il dibattito interno alla principale formazione parlamentare italiana venga promosso, prima, nelle opportune sedi di partito e, poi, venga esternato agli organi di stampa? 
Non dovevano essere sciolte le correnti del PD subito dopo il voto delle primarie? 
Non doveva cessare, finalmente, la malattia cronica del correntismo, che è stata la principale causa dei fallimenti della Sinistra, in Italia, negli ultimi due decenni? 
Certo è che, mentre i gruppi dirigenti si sforzano di fornire una risposta a siffatte domande, il popolo dell’8 dicembre aspetta che vengano concretizzati gli impegni assunti in occasione di quella straripante manifestazione di democrazia diretta, nell’aupiscio che la fiducia concessa non venga miseramente disattesa. 
Rosario Pesce

 

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