La legge elettorale, priorità democratica…
Una delle emergenze democratiche del nostro Paese è, certamente, rappresentata dalla revisione dell’attuale legge elettorale, pesantemente bocciata dal giudizio recente della Corte Costituzionale, che ne ha sancito l’evidente incostituzionalità, sia per l’assenza delle preferenze – che non consente al cittadino di scegliere il proprio rappresentante – sia per l’altissimo premio di maggioranza, che permette ad un partito o ad una colazione, avente anche poco meno di 1/3 di voti, di poter acquisire circa i 2/3 di parlamentari alla Camera, andando ben oltre l’opinabile meccanismo di premialità, che venne introdotto, in Italia, dalla cosiddetta “Legge Truffa” nei primi anni Cinquanta del secolo scorso.
Peraltro, il Porcellum – meccanismo elettorale infame, che venne creato dal Centro-Destra, alla vigilia delle elezioni del 2006, per non consentire al Centro-Sinistra di governare serenamente il Paese – genera una condizione di evidente differenza fra i due rami del Parlamento, in virtù del fatto che il discutibilissimo premio di maggioranza al Senato, per principi di natura costituzionale, debba essere attribuito su base regionale e non sul collegio unico nazionale, come accade invece per la Camera, per cui le maggioranze, che vengono a formarsi fra gli scranni di Palazzo Madama e di Montecitorio, non sono mai omogenee. Si rendono, così, ineludibili collaborazioni, necessariamente, spurie e governicchi di varia natura, che si reggono su compagini parlamentari del tutto prive di una solida base programmatica comune.
La revisione della legge elettorale è stata, di volta in volta, la cartina di tornasole dell’ingovernabilità italiana e delle successive crisi delle nostre istituzioni, a partire dalla fine della cosiddetta I Repubblica. Infatti, la conclusione dei governi di Pentapartito e, di conseguenza, della stagione caratterizzata dal predominio democristiano e socialista giunse a compimento grazie alla bocciatura della legge elettorale su base proporzionale, con preferenze multiple, che venne sancita dal referendum promosso da Mario Segni nella primavera del 1992. Quella iniziativa referendaria, infatti, introducendo la preferenza unica, pur non modificando l’impianto proporzionalistico della legge allora vigente, segnò la fine del C.A.F., cioè del solido accordo politico fra Craxi, Forlani, Andreotti ovvero di quell’establishment che aveva governato il Paese, ininterrottamente, dal 1983.
La legge proporzionale con preferenza unica ebbe vita assai breve, perché l’inizio della II Repubblica dopo i fatti di Tangentopoli e la successiva apertura di una nuova fase storica - che avrebbe dovuto fondarsi sul principio dell’alternanza al governo degli opposti schieramenti - rese necessaria la transizione ad un meccanismo elettorale largamente maggioritario – quale quello del Mattarellum – che favoriva la formazione di due coalizioni antagoniste ed antitetiche alla maniera anglosassone, anche se i partiti al loro interno non scomparivano del tutto, visto che veniva loro garantita una rappresentanza parlamentare - un diritto di tribuna - attraverso la quota residuale del 25% dei seggi, attribuita attraverso il meccanismo proporzionale della lista bloccata. Quella legge venne concepita, congiuntamente, dalle forze che si riconoscevano sia nell’alleanza berlusconiana, che nell’Ulivo, perché si credeva possibile riformare ab imis il modello di democrazia del nostro Paese, riproducendo quello dei sistemi isitituzionali più evoluti del Nord Europa, ma il sogno durò poco, perché l’indebolimento progressivo dei due schieramenti di Centro-Destra e di Centro-Sinistra portò la Lega e lo stesso Berlusconi a favorire un ritorno a quel meccanismo proporzionale bocciato nelle settimane scorse dalla Corte Costituzionale, che, impedendo di fatto alle due coalizioni tradizionali di governare il Paese solo con i propri voti, inaugurava un momento storico diverso, caratterizzato all’insegna del consociativismo e dei governi tecnici, così come è successo sia alla conclusione della scorsa legislatura, che all’inizio di quella attuale.
Oggi, la sfida renziana, promossa all’interno del PD e nei confronti dell’odierna maggioranza parlamentare, si gioca in primis sul terrreno della revisione della legge elettorale: infatti, la permanenza di un sistema di voto simile a quello attuale – corretto solo con l’introduzione della preferenza e di un non-eccessivo bonus di seggi, vincolato al raggiungimento di una soglia minima di consensi – inevitabilmente andrebbe a consolidare un modello democratico di tipo consociativo, con la conseguente possibile formazione di soli governi costruiti su accordi trasversali e transeunti fra partiti sedicenti di area moderata e di area progressista.
Un segno, invece, di fondamentale discontinuità sarebbe rappresentato dal ritorno ad una compiuta ed evoluta cultura maggioritaria, magari attraverso l’introduzione di un meccanismo di voto a due turni, che consentirebbe ai partiti tradizionali di correre, in prima battuta, fidando sulla forza del proprio elettorato storico, e darebbe la possibilità di vincere, al secondo turno, alla forza che avrebbe maggiore capacità di attrazione di consenso intorno alla propria proposta programmatica ed alla propria leadership.
Un meccanismo simile andrebbe a stanare definitivamente, anche, il grillismo in rapida ascesa degli ultimi tempi, perché Beppe Grillo, qualora pure con i propri candidati raggiungesse il ballottaggio, avrebbe poi scarse chance di conquistare il seggio, visto che la sua è la formazione, fra tutte, in grado di coagulare meno consenso intorno alle proprie posizioni, destinate ad un isolamento naturale per il loro dirompente contenuto “anti-casta”.
Orbene, il dato di fondo, che ben segnala la fragilità della nostra democrazia, è sicuramente rappresentato dalla precarietà dei sistemi elettorali: non dimentichiamo che Stati (il Regno Unito, la Francia, gli U.S.A., i Paesi Bassi), con tradizioni democratiche ben più radicate nel tempo della nostra, hanno un sistema di voto unico per qualsiasi tipo di competizione (indifferentemente, per elezioni amministrative o per il rinnovo delle Camere) e, soprattutto, conferiscono dignità costituzionale alla legge elettorale, mentre in Italia il meccanismo di voto è molto più facilmente riformabile, in quanto i Padri Costituenti optarono di non introdurlo nella Costituzione, rendendolo assai più precario e legato alle mere contingenze delle dinamiche parlamentari e partitiche.
Riuscirà Renzi, con il supporto della nuova classe dirigente del suo partito, a far fare un salto di qualità alle nostre istituzioni, attraverso l’introduzione di un semplice espediente tecnico, rappresentato dal meccanismo elettorale?
Riusciranno gli Italiani a divenire, di nuovo, responsabili del propro destino politico, tornando a scegliere direttamente il parlamentare, espressione del collegio di riferimento, che dovrà rappresentare le loro istanze nelle più importanti Assemblee elettive, previste dall’ordinamento attuale?
Riusciremo ad eleggere il “Sindaco d’Italia”, dando forza e coerenza programmatica agli Esecutivi, che, oggi, sono più instabili di quelli cosiddetti “balneari” della I Repubblica?
Riusciremo a sconfiggere l’antipolitica, dando finalmente prova di buona e saggia politica?
Rosario Pesce