In difesa delle istituzioni democratiche...
L’ennesimo, gratuito attacco di Grillo al Capo dello Stato, riprodotto dai media nei giorni scorsi con grande rilievo, ci induce a porre l’accento, in questa breve riflessione, sulla qualità e sul merito del dibattito politico nel nostro Paese.
Dopo la vittoria in occasione delle elezioni del febbraio scorso, Grillo si è ritratto uno spazio parlamentare, che è certamente proficuo in termini di consenso per la sua formazione, ma non aiuta a far uscire l’Italia dalla difficile situazione odierna: dapprima, si è divertito, infatti, a tenere sotto scacco Bersani, non dandogli il consenso necessario per formare il Governo, nonostante due mesi di intenso corteggiamento; poi, ha contribuito in modo decisivo ad espellere Berlusconi dal Parlamento, nello scorso mese di novembre; ora, attacca la massima magistratura democratica, prevista dal nostro ordinamento, sperando che il Presidente Napolitano possa dimettersi motu proprio, visto che i numeri per l’impeachment, naturalmente, non ci sono.
È un comportamento, quello del leader del M5S, che è mirato scientificamente alla decostruzione non solo del sistema politico attuale (in qualche modo, i partiti tradizionali lo meriterebbero pure, visto che non sono stati capaci di autoriformarsi!), ma alla destrutturazione dell’ordito democratico tout court, e questa, evidentemente, è una finalità non condivisibile, né perseguibile da chi conserva, ancora, un po’ di senno e di senso di responsabilità.
Non capiamo quali siano, secondo Grillo, le colpe così gravi del Presidente Napolitano, tali da giustificare una richiesta di impeachment da parte del leader della seconda forza presente in Parlamento.
Egli ha seguito, alla lettera, il dettato della Costituzione nella delicata fase successiva alle elezioni del febbraio 2013, sostenendo l’unica via d’uscita possibile in quel momento storico: la formazione di un Governo di Larghe Intese, retto dai due partiti che si sono, invano, contrastati lungo un ventennio.
È stato l’autentico rappresentante dell’Unità nazionale in occasione delle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario della nascita dello Stato, riportando gli Italiani a reinnamorarsi di un valore – quello, appunto, dell’Unità – che, per lungo tempo, era stato mortificato dalla propaganda leghista.
Tuttora, è il vero referente italiano all’estero, per cui l’interlocutore più valido, sia per l’U.E., sia per il nostro principale alleato d’Oltreoceano, è il Quirinale, visto che gli vengono universalmente riconosciute doti di saggezza e di equilibrio, che hanno contribuito, in questi ultimi mesi, a non far cadere l’Italia in una condizione di disordine, analoga a quella di Grecia e di Argentina.
È stato ed è il punto d’equilibrio dell’intero sistema politico ed è il garante della piena legittimità costituzionale di qualsiasi passaggio istituzionale: ne è buon esempio l’ultimo episodio, occorso alcuni giorni or sono, quando non ha controfirmato un decreto legge ampio e confuso, al cui interno erano confluite istanze troppo diverse e non tutte in linea con le ragioni di somma urgenza, previste dalla Costituzione, che avevano ispirato il provvedimento legislativo, di fonte governativa, nella sua versione originaria.
Napolitano, infine, è – per evidenti ed indiscusse ragioni biografiche – l’ultimo rappresentante nobile di una classe dirigente, che ha fatto dell’attività politica un tutt’uno con l’impegno intellettuale e con la riflessione culturale; anche la sola richiesta di impeachment rappresenta un gesto - privo di conseguenze concrete e, meramente, simbolico - che rischia di consegnare il Paese, in nome di un’istanza demagogica di rinnovamento, nelle mani di chi, invece, tende ad improvvisare e non ha, certamente, maturato una visione globale, organica né delle problematiche istituzionali, né dei rapporti internazionali.
Per tali motivazioni, speriamo proprio che il discorso del prossimo 31 dicembre possa non essere l’ultimo dell’attuale Capo di Stato!
Rosario Pesce