Europa, periferia del mondo
La società europea - come quella italiana, in particolare - nel corso dell’ultimo ventennio, dopo il crollo del Muro di Berlino, ha subito notevoli mutamenti, che ne hanno radicalmente trasformato l’immagine, al di fuori dei suoi confini continentali, e soprattutto ne hanno modificato l’assetto geo-politico, riducendo il vecchio continente ad essere, sempre più, marginale negli equilibri internazionali.
Dopo il secondo conflitto, infatti, pur essendo stato decisivo il contributo degli Stati Uniti per sconfiggere il Fascismo ed il Nazismo, l’Europa ha assunto un ruolo, a livello mondiale, straordinariamente centrale nella misura in cui, entro il suo "limes", è stata combattuta la guerra fredda contro il Comunismo.
Gli eventi del 1989 e la successiva caduta dei regimi dell’Est sono stati, paradossalmente, esiziali per il nostro continente: infatti, non esistendo più, sul suolo europeo, il nemico rappresentato dai Sovietici e dai loro alleati del Patto di Varsavia, inevitabilmente la dinamica economico-politica si è trasferita altrove, con conseguenze negative anche per il Nord-America, che ha goduto di un indiscusso primato, nella seconda metà del XX secolo, perché principale referente planetario della guerra anti-comunista.
Oggi, gli equilibri internazionali privilegiano altre aree, che presentano potenzialità di sviluppo ben superiori a quelle del nostro continente, che, invece, continua a consumare molto più di quanto non produca, non riuscendo frattanto ad assorbire i flussi migratori provenienti dal Nord-Africa o, comunque, dalle zone povere dei continenti in maggiore espansione.
Il Sud-America, l’Estremo Oriente e l’Africa Sub-Sahariana sono le regioni del mondo che avranno più ampi margini di crescita nei prossimi anni ed, a breve, acquisiranno una leadership mondiale, che difficilmente potrà essere contrastata.
Sembra ripetersi, agli inizi del XXI secolo, quello che successe agli inizi del XVI secolo, dopo la scoperta dell’America, quando le principali dinastie europee, impegnate nella sfrenata corsa alla colonizzazione del “nuovo” mondo, rinunciarono – di fatto – a contrastarsi sullo scenario continentale, per iniziare una nuova e più complessa fase di belligeranza nei territori appena scoperti, spinte in tal senso dalle grandi risorse e dalle occasioni di immediato guadagno, offerte dalle recenti conquiste.
Oggi, le dinastie, intese nell’accezione tradizionale della parola, non esistono più, essendo state sostituite dai grandi trusts che, ancora più facilmente delle famiglie della nobiltà europea di età moderna, sono in grado di spostare, da una parte all’altra del mondo, ingenti risorse finanziarie, da cui dipendono i destini di milioni di persone.
Se, nel Cinquecento, l’ Oceano Altlantico sostituì il Mediterraneo, diventando il luogo preferito per i traffici, analogamente negli ultimi venti anni il Pacifico ha avuto una dinamicità economica in forte crescita, per cui le potenze odierne e del prossimo futuro (asiatiche o sud-americane) utilizzeranno sempre più quell’oceano come luogo preferito per i propri scambi, rendendo ancora più evidente il ruolo già secondario dell’Europa nei processi produttivi e commerciali.
Come risponde, allora, l’Europa a tale emergenza?
L’unità monetaria è stata il primo passo di un processo di unificazione, ancora, largamente incompleto, perché a questa prima, necessaria fase non è seguita, tempestivamente, quella più importante: la ridefinizione delle istituzioni rappresentative, comunitarie e nazionali, che avrebbe dato al vecchio continente la progettualità politica capace di renderlo competitivo con le cosiddette “tigri” asiatiche.
L’idea stessa di “Stato-nazione”, dopo il 1989, è andata in crisi, così come hanno perso progressivamente rappresentatività i vertici istituzionali della democrazia parlamentare, con un conseguente allontanamento del corpo elettorale dai propri rappresentanti e dai rispettivi partiti.
È, forse, giunto il momento che, non solo in materia monetaria, gli Stati europei cedano la loro sovranità ad un organismo - politicamente e territorialmente - sovraordinato, arrivando ad immaginare un modello di Europa simile a quello che Federico II progettò nel XIII secolo?
Forse, è giusto ipotizzare una rinnovata capacità di dialogo fra istanze nazionali e comunitarie, affinché l’Europa, come soggetto politico identitario, sia in grado di affrontare la crisi economico-finanziaria che investe l’Occidente?
Forse, sarà necessario ridiscutere delle funzioni del Parlamento europeo quando, nella prossima primavera, si svolgeranno le elezioni per il suo rinnovo, allo scopo di renderlo un’Assemblea con poteri compiutamente legislativi e finalmente vincolanti, in tutte le materie, per gli Stati nazionali aderenti all’U.E.?
Rosario Pesce