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Noi, generazione di quarantenni...
Nel corso della conferenza stampa di fine anno, il Premier ha più volte fatto riferimento alla nuova generazione di quarantenni, che nel 2013 sono diventati protagonisti della vicenda politica nazionale, acquisendo ruoli di prestigio all’interno sia dell’Esecutivo, sia dei rispettivi partiti; la lista, in effetti, è ricca ed assai ben nutrita, contemplando lo stesso Letta, Renzi, Alfano, Salvini, Franceschini, Meloni, Fitto, ecc. Questo dato, così evidenziato dal Capo del Governo, è motivato da fattori ben precisi: la vicenda parlamentare, nel nostro Paese, è rimasta cristallizzata per oltre un ventennio e protagonisti ne sono stati, ininterrottamente nel corso degli ultimi 2 decenni, personalità che, alla fine degli anni ’90, avevano già raggiunto i cinquant’anni, visto che ciascuno di loro (Berlusconi, D’Alema, Prodi, Amato, Monti) sono ascesi a ruoli istituzionali significativi dopo aver maturato il proprio prestigioso curriculum vitae nel mondo dell’università o della grande azienda privata/pubblica o negli ambienti partitici, per cui, quando sono diventati Presidenti del Consiglio, erano - in qualche modo - già dei “veterani” della politica, per averla frequentata precedentemente, in prima persona, in ruoli comunque non secondari. Il dato generazionale, evidenziato da Letta, dimostra anche un’altra verità storica essenziale: le elezioni del 2013 hanno rappresentato la conclusione – de facto – della II Repubblica, con la conseguente rottamazione di un’intera classe dirigente, che aveva partecipato, talora, agli ultimi decenni di vita della I Repubblica. Non si può negare che l’avvento del grillismo sia stato un fattore scatenante del ringiovanimento coatto del ceto parlamentare: basti pensare che i deputati, eletti dal M5S, sono mediamente poco al di sopra dei 25 anni, età limite richiesta dalla legge vigente per entrare alla Camera, così come i loro colleghi senatori, in media, hanno poco più dei 40 anni necessari per entrare a Palazzo Madama. Il dato anagrafico dei nuovi parlamentari e di molti nuovi ministri e leaders di partito è, di per sé, positivo: l’esistenza di un ampio ricambio generazionale è un fattore che consente di immaginare che le nostre istituzioni democratiche, per quanto vituperate e vilipese, possano avere un futuro rassicurante; peraltro, non solo la classe politica, ma anche il ceto dirigente – nell’accezione moschiana del termine – ha subito e subirà, ancora di più nei prossimi anni, un ringiovanimento che farà sì che una nuova leva di intelligenze potrà dare, finalmente, il proprio contributo per il miglioramento complessivo delle condizioni del Paese. In politica, naturalmente, i criteri di selezione sono sempre articolati: ad esempio, questa nuova generazione - in taluni casi soprattutto - ha avuto modo di farsi avanti perché cooptata dai predecessori, che hanno avvertito l’esigenza del ricambio, prima che questo fosse realizzato dagli elettori in modo più traumatico e meno controllato. Non possiamo rimanere indifferenti al fatto che l’Italia abbia, oggi, un ceto parlamentare che ha la medesima età media, circa, dei padri costituenti nel 1946. Se, però, in quel momento storico era ineluttabile il dato anagrafico del personale politico - visto che i venti anni di Fascismo avevano azzerato la precedente classe dirigente formatasi nel corso dell’età giolittiana e del primo dopoguerra - oggi ben diverse sono le ragioni di un ringiovanimento così forte. La classe politica della II Repubblica – di Destra, come di Centro e di Sinistra – è stata bocciata, per vie democratiche, dall’elettorato perché questo, a torto o a ragione, la considera responsabile delle notevoli difficoltà odierne della nazione. Forse, è giunto il momento che il cambiamento vada fino in fondo e si apra una nuova fase costituente, che riformuli le fondamenta stesse della nostra democrazia e del vivere civile, in vista delle sfide del prossimo quarantennio? Forse, solo ora, si è concluso per davvero il XX secolo, con il portato di ideologie totalitarie (comunismo e fascismo), che esso tragicamente ha recato con sé? Certo, un dato ci induce a ragionare: i politici, ascesi a ruoli di assoluto protagonismo nel corso del 2013, sono tutti nati non solo dopo la Liberazione, ma soprattutto dopo il 1968 e la ventata di cambiamento di cui quella data, meramente simbolica, fu portatrice. Essi, dunque, sapranno ragionare in termini di puro e semplice pragmatismo o la cancellazione degli “ismi” del XX secolo li porterà ad essere schiavi di ideologismi, ancora, più subdoli e pericolosi? Gli interrogativi non mancano; a noi – cittadini, dirigenti di partito e, soprattutto, professionisti coetanei dei nuovi leaders – rimane il compito di collaborare proficuamente con loro e di assecondarne i progetti, oltreché lo sforzo di rinnovamento, perché, se dovessero mai fallire, con loro fallirebbe l’Italia tutta. Rosario Pesce
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