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Se si andasse a votare a maggio…

Le prime due settimane della segreteria Renzi sono servite a capire gli effetti, sullo scacchiere parlamentare, dell’elezione plebiscitaria del nuovo segretario del PD: è subito apparso evidente a tutti che, all’interno del Partito Democratico, esistano due strategie nettamente diverse fra loro; da una parte, si muove la componente lettiana e cuperliana, che intende – anche attraverso un rimpasto nella compagine ministeriale – allungare l’esistenza del dicastero attuale, almeno fino alla primavera del 2015, compatibilmente con gli impegni assunti dal Presidente del Consiglio nel corso del dibattito svoltosi alla Camera e al Senato, in occasione del voto di fiducia; dall’altra parte, è sempre più manifesta la fibrillazione del neo-segretario democratico, che avverte l’ovvia esigenza di anticipare le elezioni, pur di tramutare in consenso politico generale quei due milioni di voti, che egli ha ricevuto alle primarie dell’8 dicembre. 
Il dibattito in corso sulla riforma della legge elettorale è la cartina di tornasole di una simile profonda diversità di vedute; da una parte, Letta è intenzionato a riformare il Porcellum con una proposta di Governo, che coinvolga l’intera maggioranza; dall’altra parte, invece, Renzi sta trattando con il principale nemico dell’attuale Esecutivo, Berlusconi, pur di arrivare ad una soluzione più consona ai suoi desiderata e alle esigenze dell’intero Centro-Sinistra attuale. 
Gli Italiani, forse anche distratti dalle vicende economiche e dalla crisi imperante, guardano con un certo distacco una simile dinamica, che rimane sempre più interna al dibattito meramente politicistico e sempre più lontana dalle loro vicende giornaliere; certo è che, ad oggi, alcuni segnali, che andavano forniti, non sono stati ancora prodotti. È urgente, infatti, che i gruppi parlamentari riducano i loro emolumenti, riportandoli ad un livello più accettabile per la pubblica opinione, così come è necessario che le riforme, in termini di diminuzione dei costi della politica e del funzionamento delle istituzioni rappresentative, siano tempestivamente realizzate, partendo dall’abrogazione degli enti, che sono carrozzoni elefantiaci, in grado di produrre solamente perdite e di non generare alcun profitto, né alcuna utilità sociale. 
In questo clima, un voto anticipato, calendarizzato immediatamente dopo la revisione della legge elettorale, potrebbe nascondere delle insidie di non poco conto per i partiti tradizionali, indipendentemente, anche, dal consenso che le personalità di Renzi e di Berlusconi sono in grado di attirare. La demagogia grillina e dei movimenti extra-parlamentari cresce di giorno in giorno e, nelle mancate risposte del Parlamento attuale, trova una pericolosa linfa vitale, che può, davvero, generare problemi per la tenuta democratica del Paese. A tal riguardo, basti pensare al dibattito intorno all’abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti e alla violenza verbale, che quel dibattito ha portato con sé, per cui il capro espiatorio, per il difficile momento economico della nazione, pare essere diventata una norma che, per quanto impopolare, è nata per garantire la vita democratica del nostro Paese dalle spinte delle varie lobby e dei gruppi di potere che, in virtù della forza del proprio denaro, sarebbero altrimenti in grado di creare movimenti di opinione nella prospettiva unica del perseguimento - lecito o illecito - dei propri interessi. 
In questa cornice, si iscrive il contrasto fra le due personalità invero più rilevanti del passaggio storico, che stiamo vivendo: Letta e Renzi, due protagonisti di assoluto spessore culturale e morale, che legano la loro biografia personale a quella di un partito di massa (la Democrazia Cristiana), di cui avvertiamo fortemente l’assenza nell’odierno scenario - benché criticato ed osteggiato ai tempi della I Repubblica - per la capacità di mediazione, che esso sapeva esprimere fra interessi sociali ed economici, altrimenti, stridenti fra di loro. 
A noi non piace iscriverci né al partito dei lettiani, né a quello dei renziani, né al partito della governabilità “comunque e ad ogni costo”, né a quello delle elezioni immediate per conquistare, più rapidamente, così il traballante “Palazzo d’Inverno”: piacerebbe, però, che il dibattito, all’interno del PD, emergesse con tutta la sua evidenza di accenti e sfumature non concordanti, così da rendere gli elettori, gli iscritti, la classe dirigente di quel partito più consapevoli rispetto ad una vicenda, da cui dipende il destino di un’intera nazione. Non è, infatti, irrilevante se si voterà nella primavera del 2014 o in quella del 2015; non è secondario sapere se si affronterà il semestre europeo, a conduzione italiana, con un Governo erede delle “Larghe Intese” ovvero con un Governo nato da una maggioranza parlamentare scelta direttamente dagli Italiani, magari attraverso un sistema elettorale di tipo maggioritario a doppio turno; non è pleonastico verificare se il Paese e le sue principali istituzioni democratiche possono, attraverso una nuova tornata elettorale, diventare più forti o ancora più deboli rispetto ai venti dell’antipolitica e della demagogia, che ormai prevalgono nelle discussioni ad ogni angolo di strada, come in qualsiasi salotto “buono” della televisione italiana; troppi sono i quesiti irrisolti e ci piacerebbe che venisse, finalmente, sciolto il nodo di Gordio della governabilità, della buona governabilità. 
Il 2014 potrà sollevarci dai nostri angoscianti dubbi? 

Rosario Pesce

 

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