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Tempo Ordinario: Domenica XXII dell'Anno A

Non si tratta di “omelia”, ma di riflessioni che vengono dalla meditazione della Parola di Dio e che possono offrire spunti per la  preghiera e meditazione personale e l’omeliaSono graditi suggerimenti per rendere più utili queste riflessioni


mons. Francesco Spaduzzi, francescospaduzzi@virgilio.it

 Tempo Ordinario: Domenica XXII dell'Anno A

I - Matteo 16,21-27 - Pietro, a nome suo e degli Apostoli, ha fatto la professione di fede in Gesù come Figlio di Dio e Messia (Mt 16,16). La capiva pienamente o no, non importa; neanche noi capiamo pienamente le formule che usiamo, e nessuna creatura lo può: neanche la Madonna, San Giuseppe e tutto il Paradiso messo insieme; solo Padre Figlio e Spirito Santo capiscono chi sono loro e possono esprimere in modo adeguato la loro realtà, e solo fra di loro. Gesù incomincia adesso, dopo questa professione di fede, a preparare gli Apostoli a capire come e per quali vie egli salverà gli uomini. Egli preannuncia che dovrà necessariamente - perché così è nel piano di salvezza di Dio - andare a Gerusalemme (21 Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme) e lì i capi religiosi e civili del suo popolo lo faranno molto soffrire (21 e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi), invece di riconoscerlo come Messia, e addirittura lo uccideranno (21 e venire ucciso); ma i discepoli stiano tranquilli perché il terzo giorno risusciterà (21 e risorgere il terzo giorno). Questo annunzio è un fulmine a ciel sereno per gli Apostoli: è inconcepibile per loro che il Figlio di Dio e Messia possa essere rifiutato proprio dei capi religiosi ed essere ucciso; inoltre questo sarebbe il crollo di tutte le speranze di successo umano, che essi hanno collegato al trionfo di Gesù, immaginato a modo loro. Certamente rabbrividiscono, si sentono gelare il sangue e si guardano smarriti l'un l'altro. Anche stavolta Pietro si sente in obbligo di prendere l'iniziativa per l'amore che ha per Gesù: chiama in disparte il Maestro ed esprime l’auspicio che Dio mai permetterà quello che Gesù ha detto (22 Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai»). Ma Gesù, come prima gli ha detto che il Padre gli ha fatto una rivelazione (Mt 16,17) e lui ha parlato sotto l'ispirazione del Padre, così gli dice che ora è Satana che lo ha ispirato ed egli fa da Satana nei confronti di Gesù (23 Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: Satana!); egli ora esprime il pensiero di Satana e degli uomini, ma non di Dio, e diventa un ostacolo per Gesù (23 Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!); perciò Pietro deve stare dietro a Cristo e seguirlo come discepolo, e non pretendere di farGli da guida e maestro (23 Va’ dietro a me). Anche noi dobbiamo accettare senza riserve il piano di salvezza come lo ha programmato Dio, come l'ha accettato il Figlio fatto uomo e come Lui lo annuncia. Questo significa pensare come Dio, e non come Satana o come gli uomini; altrimenti diventiamo ostacolo per Gesù e impedimento alla salvezza dell'umanità e nostra.

 2. Gesù ha risposto a Pietro, difendendo contro di lui la sapienza del piano divino di salvezza, in cui è prevista la sofferenza del Messia. Adesso parla ai discepoli (24 Allora Gesù disse ai suoi discepoli) - e alla folla (Mc 8,24; Lc 9,23) - e dichiara che, per essere suo vero discepolo e per salvarsi, è necessario smettere di pensare a se stessi come il centro di tutto e piuttosto rinnegare se stessi, cioè andare contro le proprie tendenze cattive, che vogliono portare al male; inoltre occorre portare la propria croce, cioè accettare ogni sofferenza con pazienza e adesione alla volontà di Dio, e così mettersi al seguito di Gesù (24 Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua), condividendo la sua vita fino ad accettare di salire sulla croce con lui. Gesù va anche oltre e dice che perderà la vita fisica chi pensa di poterla conservare a scapito della salvezza eterna, mentre la salverà chi invece è disposto a rinunciare alla vita fisica per amore di Gesù (25 Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà). La salvezza eterna, cioè aprirsi a ricevere il dono della vita eterna, è l'impresa più importante che ci sia per noi; perciò vale la pena rinunciare al mondo intero per essa (26 Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?): in effetti non c'è niente che ne pareggi il valore (26 O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?). C’è da aggiungere che dovremo presentarci al giudizio di Cristo, che verrà nella gloria a giudicare ogni uomo secondo le sue azioni (27 Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni). Ognuno di noi deve accettare di portare la propria croce, piccola o grande che sia, tenendo conto che Dio con la croce dà anche la grazia di sopportarla con pazienza. Se contiamo sulle nostre forze, andiamo incontro al fallimento; appoggiamoci invece alla grazia che viene da Dio, che è capace anche di sostenere fino al martirio. Meditare spesso sulla Passione di Gesù e pensare al premio eterno è un aiuto ulteriore per accettare con rassegnazione la sofferenza, soprattutto poi se ne facciamo anche un mezzo di apostolato, per ottenere la conversione dei peccatori, come tante volte raccomandato dalla Madonna a Lourdes e a Fatima.

II - Geremia 2,7-9 - Quando Dio  chiama Geremia a essere suo profeta, questi fa resistenza adducendo la sua giovane età (Gr 2,4-8), ma Dio gli promette la sua presenza e assistenza e lui si lascia convincere. Geremia, riflettendo sulla sua vocazione, ha la sensazione che Dio abbia usato con lui nello stesso tempo le maniere dolci – e perciò lo ha sedotto (7 Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre) – e quelle forti – perciò lo ha vinto (7 mi hai fatto violenza e hai prevalso); ma il risultato pare negativo al profeta, perché la gente lo prende in giro (7 Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno; ognuno si beffa di me); in effetti egli predica i castighi di Dio contro il popolo infedele (8 Quando parlo, devo gridare, devo urlare: «Violenza! Oppressione!») ma essi non si verificano, perché Dio si fa prendere dalla compassione per il Popolo e li rinvia sempre; per conseguenza la Parola di Dio, che egli predica con fedeltà, diventa per lui occasione di insulti e prese in giro, al punto che egli ne sente vergogna (8 Così la parola del Signore è diventata per me causa di vergogna e di scherno tutto il giorno). Decide allora di non pensare più a Dio e di non comunicare agli altri la sua Parola (9 Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!»), ma la chiamata di Dio si fa sentire più forte che mai e lo brucia dentro come un fuoco ardente e irresistibile (9 Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo); e allora egli continua a profetizzare. Chi annuncia la Parola di Dio deve essere docile nell'ascoltare e fedele nel trasmettere, costi quel che costi. Così fa Geremia, ma soffre perché trova difficoltà ad adeguarsi ai sentimenti e ai tempi di Dio. Questi resta sempre il padrone della Parola da comunicare e dei tempi per realizzarla, come di tutto e sempre. Chi è chiamato alla missione deve essere solo fedele amministratore senza volere imporre niente a Dio, proprio come fa Gesù, che sempre dice di sì al Padre, anche nei momenti più difficili.

III - Romani 12,1-2 – (a) San Paolo conclude sempre le sue lettere con esortazioni alla vita cristiana e alla pratica delle virtù. Qui invita i Romani a offrire a Dio se stessi (1 Vi esorto dunque, fratelli,… a offrire i vostri corpi) – e non cibo, cioè frutta, cibi cotti, specie animali cotti o bruciati - come sacrificio vivente (1; e non di cose morte), santo (1 perché tali siamo diventati nel battesimo), gradito a Dio (1), perché è il sacrificio che lui chiese nell’AT (Es 19,5-6) e di cui Gesù ci ha dato l’esempio (Eb 10,5-10). Paolo li esorta facendo appello alla misericordia di Dio (1 per la misericordia di Dio), che solo può metterci in condizione di dargli qualcosa che gli piace, e afferma che questo è il culto spirituale (1 è questo il vostro culto spirituale), degno di coloro che hanno ricevuto lo Spirito Santo e si lasciano guidare da Lui. Il sacrificio spirituale consiste dunque anzitutto nell’offerta di se stessi a Dio per fare la volontà di Dio, come fece Gesù (Eb 10,5ss) e poi nel compimento effettivo della volontà di Dio nella vita quotidiana, come face Gesù (Gv 4,34; 5,30; 6,38.40...). La volontà di Dio è espressa nella sua Parola, nei suoi comandamenti. Gesù è vissuto nell’obbedienza al Padre fino alla morte di croce: dobbiamo anche noi vivere obbedienti a Dio e così tutta la nostra vita sarà un sacrificio gradito a Dio, come lo fu quello di Gesù. Nella Messa noi offriamo il sacrificio di Gesù, che lo Spirito Santo rende presente nel pane e nel vino consacrati, ed esso diventa il nostro sacrificio; in effetti ascoltiamo la Parola di Dio, e gli diciamo: “Voglio fare la tua volontà espressa nella tua Parola”: uniamo questa offerta a quella di Gesù, e lui nella comunione eucaristica ci comunica la forza per vivere secondo l'impegno preso, di compiere la volontà di Dio: la grazia di Dio ci fa a vincere la nostra debolezza. (b) San Paolo esorta i lettori – e noi - a guardarci dalla mentalità e dagli atteggiamenti mondani (2 Non conformatevi a questo mondo) e quindi a lasciarci trasformare dall'attività dello Spirito, che mette fine al nostro modo di pensare e di vivere sbagliato del periodo precedente (2 ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare); così riusciremo a capire qualche quel che Dio vuole da noi suoi figli (2 per poter discernere la volontà di Dio) e quindi quel che è buono e gradito a Dio, ed è ben fatto (2 ciò che è buono, a lui gradito e perfetto), cioè ciò che corrisponde al sacrificio da offrire a Dio. La volontà di Dio deve essere il nostro punto di riferimento, il criterio per distinguere ciò che è bene dal male, il giusto dall’ingiusto, il perfetto dall’imperfetto. Facendo la volontà di Dio, noi facciamo ciò che è buono, a Lui gradito e perfetto (2) e quindi diventiamo sacrificio vivente, santo, gradito a Dio (1).

EUCARESTIA. Nella Messa offriamo al Padre il sacrificio di Cristo, sempre graditissimo al Padre; ci uniamo a Gesù nella comunione eucaristica e da lui otteniamo la grazia di vivere la nostra vita nell’adesione piena alla volontà di Dio; così permettiamo a Dio di salvarci. Preghiamo la Vergine SS. e S. Giuseppe, gli Angeli Custodi e i Santi Patroni, perché ce ne ottengano la grazia, come l’hanno avuta loro. (mons. Francesco Spaduzzi)

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