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La crisi delle Larghe Intese ed il pianto del Presidente

La crisi delle Larghe Intese ed il pianto del Presidente

 


A volte, un’immagine riesce a trasmettere un messaggio in modo molto più efficace di molte parole: le lacrime di Napolitano, in occasione della commemorazione di Spaventa, sono l’immagine plastica del degrado odierno della politica italiana, a cui neanche l’autorevolezza del Presidente della Repubblica ha potuto porre un freno; nelle stesse ore, infatti, i parlamentari del PdL hanno consegnato le loro dimissioni (che nulla hanno, dunque, di ufficiale) nelle mani dei rispettivi capigruppo parlamentari, allo scopo di consumare l’ennesimo ricatto contro il Quirinale e Palazzo Chigi: la vita del Governo in cambio di un provvedimento qualsiasi, che eviti a Berlusconi la decadenza dal ruolo di senatore e, magari, l’onta della pena, che fa seguito alla condanna definitiva della Cassazione, pronunciata il 1 agosto. 
Ricatto, questo, che non può certamente essere subito dai vertici dello Stato, perché, qualora mai avesse efficacia, sarebbe la fine del diritto e del principio di legalità; pertanto, il Governo Letta è destinato a portare a termine in modo inglorioso la sua vita breve o, nella migliore delle ipotesi, ad andare avanti continuamente sofferente per la spada di Damocle, che gli penderebbe per l’azione snervante degli uomini del Cavaliere. 
A distanza di sei mesi circa dalla nascita di questa esperienza politica, forse, è possibile trarre le conseguenze: tutti noi, a febbraio, simpatizzammo con Bersani e con il suo tentativo di governare con i grillini, anche se erano noti i limiti di una proposta, che partiva da una debolezza di fondo: quella rappresentata dallo stesso Bersani, clamorosamente delegittimato dalla sconfitta elettorale e dal fatto che fosse stato capace di perdere una vittoria già acquisita, alla pari di un calciatore che non riesce a segnare a porta vuota. Non potemmo, però, non apprezzare l’onestà dell’ex-segretario del PD, che non volle essere il garante delle Larghe Intese e, in modo sobrio, lasciò la scena in favore di Letta, designato dal partito come capo dell’Esecutivo più anomalo della recente storia del nostro Paese. 
In questi mesi, il resoconto delle iniziative del Governo è stato gramo di veri ed autentici successi: il provvedimento più importante è stata la cancellazione dell’I.M.U., che avrà due soli effetti: il primo, di natura mediatica, perché Berlusconi ne rivendicherà la titolarità nella prossima campagna elettorale, ed il secondo disastroso per l’Italia, perché - in virtù di quel mancato introito - il Paese precipiterà nella spirale dei controlli dell’U.E. per eccesso di debito, di fatto ricadendo nelle medesime condizioni dell’estate del 2011, quando a governare era lo stesso Berlusconi. 
Emerge, però, evidente un dato: era chiaro a tutti che le Larghe Intese sarebbero durate, solo se si fosse garantita l’impunità a vita (o quasi) al Cavaliere; questa condizione non è stata valutata adeguatamente, forse, dai dirigenti del PD, che per sei mesi hanno creduto o hanno sperato invano che una parte del PdL potesse rendersi autonoma da Berlusconi e che, nel caso di impazzimento di quest’ultimo, fosse in grado di assicurare al Governo il sostegno dei parlamentari ragionevoli. 
È chiaro che, a questo punto, lo schema sia saltato: Alfano e la truppa, che occupa i posti chiave nei Ministeri che contano, non hanno autonomia alcuna dal loro anfitrione politico, per cui, al primo stormir di fronde da parte del padrone di Mediaset, hanno avvertito forte il richiamo all’obbedienza al loro capo ed hanno rinunciato a realizzare quella fronda, che qualcuno - dalle parti del PD - auspicava nei mesi e nelle settimane scorse. 
C’è chi, finanche, teorizzava un nuovo neo-centrismo, sostenuto dalla componente moderata del PD e da quella non berlusconizzata del PdL: pare proprio che, con la caduta delle Larghe Intese, il neo-centrismo possa tornare in soffitta, anche perché novelli De Gasperi all’orizzonte non si intravedono e, soprattutto, forse perché quella neo-centrista è la ricetta meno adatta – per ovvie ragioni istituzionali – in un momento in cui il Paese è lacerato e diviso fra chi difende la Costituzione e chi vorrebbe farne carta straccia. 
È inevitabile sottolineare che gli eventi degli ultimi giorni segnino la vittoria di chi, anche se per ragioni diverse, ha sempre combattuto contro le Larghe Intese: Renzi e Vendola su tutti, che ora possono diventare protagonisti di una nuova alleanza fra la componente autenticamente democratica e riformatrice del PD e quella più genuinamente di Sinistra dell’attuale panorama parlamentare. Naturalmente, al loro seguito ci saranno una pletora di sindaci, da Fassino a Marino, da Emiliano a Pisapia, che rappresentano l’Italia migliore, quella che - ancorata a valori ben saldi - è in grado comunque, quotidianamente, di fare i conti con i problemi concreti dell’amministrazione di Comuni importantissimi. Dispiace, solo, che a quel tavolo la Campania non possa essere rappresentata dal Sindaco del capoluogo regionale, visto che, per scelte infelici, egli si è tagliato fuori da qualsiasi rapporto virtuoso con partiti di governo ed alleati credibili. 
Lo scrivente ha iniziato a credere nel progetto di Renzi un attimo dopo la costituzione del Governo Letta: speriamo che l’istinto suicida del PD non porti il partito a sabotare l’unica ipotesi alternativa al caos istituzionale e all’ingovernabilità. Confidiamo nell’intelligenza di chi andrà a votare alle primarie del PD, sapendo che, da quel voto, dipenderà il futuro del Paese, prima ancora che di un partito, seppur importante. 

Rosario Pesce

 

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