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Enrico Letta il Temporeggiatore

 

La storia romana, così come ce l’hanno insegnata prima trai banchi della scuola media e poi del ginnasio, è fatta di protagonisti di varia natura ed indole: un personaggio, certamente, unico fu Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore, il console che venne investito dal Senato dell’onere di affrontare, nel corso delle Guerre Puniche, Annibale, cioè il più pericoloso nemico della Roma repubblicana. 
Egli non seppe trovare strategia migliore che quella di differire, continuamente, il momento dello scontro con il proprio avversario, non si sa se per pusillanimità o per un ben preciso calcolo strategico, le cui ragioni più profonde rimasero sempre sconosciute ai Senatori, a tal punto che l’organo principale della democrazia romana decise di rimuoverlo, prima che il suo eccesso di prudenza potesse arrecare danni irreparabili all’Urbe. 
Non volendo fare collegamenti storici avventati fra fatti e personaggi, che niente hanno in comune, pare a tutti che il primo trimestre (o quasi) del governo Letta si stia concludendo con un bilancio assai magro, visto che i provvedimenti, promessi a destra e a manca, sono finora mancati e l’atteggiamento più ridondante è stato quello all’insegna del rinvio sine die, basti pensare alle vicende dell’I.M.U. e dell’I.V.A. 
Era evidente a tutti che un governo, composto da una maggioranza così ampia ed articolata al suo interno, potesse avere vita non facile e potesse vedere la sua azione rallentata da una molteplicità di veti, promossi da una forza contro l’altra. 
Ma, ad un primo esame, pare che una simile tendenza stia diventando patologica, rischiando di inficiare, non poco, l’efficacia dell’azione dell’Esecutivo e l’utilità stessa di una legislatura che, finora, ha conosciuto il suo momento storico più rilevante nella rielezione del Presidente Napolitano. 
Altresì, già nell’istante del suo concepimento, era ben noto che le sorti del Governo fossero intimamente legate alle vicende giudiziarie di Berlusconi, peraltro secondo una modalità che non è peregrino definire perversa. Il leader del PdL ha subito la condanna nel processo Ruby e, probabilmente, si avvia a subirne delle altre nei procedimenti giudiziari, che sono aperti a suo carico nei tribunali di mezza Italia. Questo fattore non aiuta il buon Letta a fare chiarezza, perché le condanne del Cavaliere rallentano, ulteriormente, il momento del “redde rationem” ed allontanano la maggioranza parlamentare delle Larghe Intese dalla somministrazione dell’opportuna eutanasia. 
È chiaro che Berlusconi non potrà non tenere in piedi il Governo attuale per avere, ancora, un po’ di potere contrattuale nei confronti delle istituzioni repubblicane più alte ed autorevoli, allo scopo di evitare a sé, alla propria famiglia e alle proprie aziende l’esito non felice - in sede sia penale, che civile - conseguente alla conclusione, ineluttabilmente negativa, dei processi che lo vedono seduto al banco degli imputati. 
Il paradosso è nei fatti: l’esecutivo, meno saldo ed operativo della storia recente della nostra Repubblica, è “condannato” a rimanere in piedi per garantire un’improbabile soluzione politica ai problemi giudiziari del leader della terza formazione italiana per consensi ricevuti alle elezioni dello scorso febbraio. 
L’altro partito, il P.D., che pure avrebbe i numeri per imporre al suo Presidente del Consiglio o una significativa inversione di rotta o la decadenza, non lo fa perché impegnato in una stagione pre-congressuale, che non si sa, neanche, quando e come potrà terminare. 
La partita, che si gioca a Via del Nazareno, è duplice: in autunno, infatti, si dovrà decidere il nome del futuro Segretario ed, altresì, quello del candidato alla leadership alle prossime elezioni generali. 
Solo in un caso le due figure potranno coincidere: nell’ipotesi di vittoria di Renzi, che aspira a conquistare la Segreteria per incoronarsi leader della futura coalizione (quale possa essere, ad oggi, non è dato sapere) e per intonare, un attimo dopo, il “De profundis” all’amico Letta. 
Qualora a vincere la battaglia congressuale fosse, invece, Cuperlo o Civati o lo stesso Epifani o qualsiasi altro candidato proveniente dall’esperienza storica dei D.S., probabilmente il governo in carica ne trarrebbe nuova linfa vitale, assicurandosi almeno un altro semestre di vita - che verrebbe a coincidere con quello della Presidenza italiana dell’U.E. - e, comunque, l’intera legislatura si allungherebbe, perché l’eventuale, anticipata conclusione del Governo Letta non comporterebbe, automaticamente, il ritorno al voto, già, nella primavera del 2014. 
E l’analogia con la storia romana come può venirci in soccorso? 
Fortunatamente, l’Italia odierna non ha un Annibale alle porte, pronto ad invaderci, ma ha problemi endogeni purtroppo ben più gravi, che si annidano da tempo all’interno della nostra comunità e che richiedono una soluzione altrettanto tempestiva e decisa: speriamo che il Parlamento odierno abbia la medesima lucidità del Senato romano e sappia trovare soluzioni alternative alla mera stagnazione, che produce l’unico effetto di incattivire, ulteriormente, la pubblica opinione e di rendere ancora più fragile il futuro incerto della democrazia nel nostro Paese. 
Ne sarà capace? 

Rosario Pesce

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