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Ilva, un affare di Stato
di Rosario Pesce
La storia dell’industria italiana, in questa rovente estate del 2012, si è arricchita di un ulteriore capitolo, che comunque condizionerà il futuro della nostra economia, qualunque ne sia l’epilogo. Le autorità giudiziarie di Taranto, infatti, hanno disposto la cessazione di qualsiasi attività produttiva dello stabilimento Ilva del capoluogo pugliese, in quanto le risultanze delle perizie tecniche hanno dimostrato l’estrema pericolosità per la salute umana delle produzioni che vengono lì realizzate; è finalmente emersa, pertanto, una verità scientifica – che molti, invano, denunziavano da lungo tempo – che trova tragica conferma nell’alto tasso di mortalità, soprattutto infantile, nei quartieri che sorgono nelle immediate vicinanze dell’impianto incriminato. La chiusura dell’Ilva, disposta dal Gip di Taranto, evidentemente pone dei quesiti a cui lo sviluppo ulteriore delle indagini e la celebrazione del processo, nei vari gradi di giudizio, dovranno dare una risposta. Perché solo oggi viene confermato un dato che risultava evidente, anche, a chi non svolge funzioni di ricerca nel campo epidemiologico-sanitario? Perché un sistema diffuso di clientele e di corruzione – quale quello evidenziato dalle indagini della Procura tarantina – ha potuto sopravvivere così a lungo, favorendo la negazione di verità scientifiche, oggi, finalmente acclarate? Perché la politica, sia quella locale che quella nazionale, non è intervenuta tempestivamente ad eradicare la mala pianta della corruzione, diffusissima fra i funzionari che non hanno svolto, in tutti questi anni, i controlli con la dovuta professionalità ed onestà loro richieste? Cosa ne sarà degli operai (e delle loro famiglie) che andranno in mobilità, qualora lo stabilimento non dovesse riprendere a lavorare con i regimi attuali di produzione? Dov’erano i sindacati che hanno accettato, in nome dei posti di lavoro, che la salute dei loro iscritti fosse esposta ad un rischio così alto di mortalità? Come può trovare giustificazione la condotta delle autorità accademiche e scientifiche pugliesi, in primis di quelle - di volta in volta incaricate di svolgere le perizie per conto della magistratura - che nei loro studi hanno sovente negato, contro le evidenze ed i dati oggettivi della scienza empirica, la pericolosità delle produzioni incriminate, consentendo che l’inquinamento del sottosuolo e dell’aria arrivasse a livelli sempre più nocivi ed intollerabili per l’intera città? Quale modello di sviluppo industriale eco-compatibile per l’intero Paese ha programmato il ceto politico nazionale dal secondo dopoguerra ad oggi? Orbene, l’Ilva dal 1934 fino al 1995 è stata una delle realtà più importanti dell’industria pubblica italiana prima che, nel quadro delle privatizzazioni, la sua proprietà venisse alienata dallo Stato e ceduta alla famiglia Riva, che ora la gestisce: nel corso di tutti questi decenni frequenti sono stati i guasti ambientali che la siderurgia ha prodotto sull’intero territorio nazionale nel silenzio assordante del Parlamento, delle autorità tecniche che dovevano effettuare i controlli e dei Governi che si sono succeduti. La politica industriale del nostro Paese si è alimentata, purtroppo, attraverso il falso mito della riduzione dei costi, a cui si è arrivati distruggendo sistematicamente l’habitat - come quello della costa tarantina o del litorale napoletano nei pressi di Bagnoli – che, agli inizi del secolo scorso, offriva spettacoli di indubbia bellezza e che poteva essere volano di un modello di economia più redditizio e, soprattutto, ben più duraturo nel tempo, solo se si fosse data la giusta centralità al rispetto dei sacrosanti equilibri naturali. Oggi, di fronte all’emergenza pugliese, ci si domanda chi debba accollarsi gli oneri della bonifica e del ripristino di condizioni minime di vivibilità in territori molto ampi ed ormai seriamente, se non irreversibilmente, pregiudicati: l’iniziativa deve spettare allo Stato, che ha avuto responsabilità imprenditoriali dirette per circa tre quarti di secolo, o al privato che, in virtù del ricatto sociale che può esercitare in nome delle centinaia di posti di lavoro che altrimenti verrebbero meno, continua a non manifestare nessuna seria intenzione di invertire la marcia e di farsi carico, finalmente, dei rilevanti oneri del risanamento ambientale? L’esempio tarantino è paradigmatico: lo Stato, nonostante l’emergenza prodotta dallo sviluppo ad horas delle indagini penali, ha offerto una disponibilità finanziaria davvero irrisoria per avviare la necessaria opera di disinquinamento; il privato da parte sua – se saranno confermate, in sede di giudizio, i rilievi avanzati dalla pubblica accusa e già fatti propri dal Gip – avrebbe preferito continuare a realizzare un’opera diffusa e sistematica di corruzione dei livelli amministrativi, regionali e ministeriali, deputati al controllo piuttosto che procedere ad una saggia rimodulazione delle tecniche e dei meccanismi di produzione, pur di non rinunciare neanche ad una minima parte degli ingenti profitti che può assicurare il monopolio nazionale nel settore siderurgico. C’è, inoltre, da chiedersi quale contributo le eco-mafie locali ed internazionali, così diffuse nel Mezzogiorno d’Italia, abbiano dato al trasporto e allo smaltimento illegale dei residui della lavorazione dell’acciaio, facendo di fatto sorgere un circuito economico illecito - con proventi notevolissimi – intorno ad un’attività industriale, che dovrebbe essere invece il fiore all’occhiello della grande impresa italiana. Certo è che, se venissero confermate dai giudici, anche solo in parte, le ipotesi di reato configurate dal Pubblico Ministero, si aprirebbe uno squarcio inquietante sull’intera classe dirigente del nostro Paese (politici, imprenditori, dirigenti sindacali, funzionari della Pubblica Amministrazione, organi giudiziari, finanche autorità religiose) e la vicenda Ilva produrrebbe effetti nefasti sull’immagine dell’Italia in Europa più di quanto non abbia fatto nel biennio 1992/94 lo scoppio di Tangentopoli: come in quell’occasione, ai danni per la credibilità internazionale del “sistema Italia” si aggiungerebbero conseguenze viepiù devastanti per la già precaria e debole economia nazionale. Rosario Pesce
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