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Il lavoro che non c’è…

Festeggiare il 1 maggio è cosa molto difficile in questi ultimi anni, visto che il lavoro non c’è e non ci sono più lavoratori in grado di difendere le proprie prerogative, sempre più danneggiate dalla precarizzazione e dall’assenza di vere opportunità di crescita professionale.
Pertanto, quella che è stata la Festa per definizione dei sindacati e della Sinistra tutta rischia di divenire un momento tragico, in occasione del quale ormai pochissimi sono coloro che possono scendere fra le strade a festeggiare un diritto che non c’è più.
È chiaro che la globalizzazione ha inciso non poco nel creare una simile condizione: il trasferimento delle produzioni fuori dall’Europa ha fatto sì che milioni di lavoratori fossero nelle condizioni di essere rottamati dai propri datori, i quali hanno preferito andare a produrre laddove ci sono regimi - fiscali e giuridici - meno penalizzanti.
In questo modo, l’Europa è divenuta una terra che consuma ciò che essa non produce più, con conseguenze nefaste per il mercato del lavoro e per l’intero sistema previdenziale.
Se molti, infatti, non sono più titolari di un reddito, chi paga le tasse per consentire allo Stato l’erogazione dei servizi che esso fa quotidianamente?
Ed a questi nuovi poveri chi finanzia le misure di tutela sociale?
È ovvio che a risentirne è un’intera società e non solo coloro che vengono espulsi dal mondo del lavoro, visto che la popolazione attiva, in grado di spingere innanzi le sorti del consesso civile, diviene una parte sempre più deficitaria.
Ed, allora, speriamo tutti nella manna salvifica del reddito di cittadinanza e di quelle misure, che lo hanno preceduto, che hanno dato un po’ di ossigeno a chi, altrimenti, si sarebbe trovato a rischio di indigenza?
Ma, fino a quando simili misure potranno essere finanziate?
E, soprattutto, dove va a finire la dignità dell’uomo, che si regge fino a quando ciascuno di noi è arbitro del suo destino e può vivere del proprio lavoro e non dei benefici di una mancia statuale, precaria e limitata nel tempo?
Sarà un ennesimo 1 Maggio in tono minore, quello che ci apprestiamo a vivere: a latitare, in particolare, sono i progetti, quelli seri, gli unici in grado di dare una certezza di vita a chi, al momento, vive nella speranza di poter riacquisire spazi di autodeterminazione sia sul piano professionale-economico, che su quello della dignità.

Rosario Pesce

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