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Un campionato anomalo

Il prossimo campionato di calcio di serie A, che partirà domenica 22 agosto, sarà certamente anomalo rispetto a quelli precedenti, visto l’andamento della campagna acquisti delle squadre più titolate e blasonate.
Nonostante la vittoria della Nazionale agli Europei, infatti, il calcio italiano sta vivendo un momento economicamente molto difficile, visto che l’assenza di partite in presenza dal mese di marzo del 2020, a causa del Covid, ha ridotto drasticamente le entrate di tutti i club, che tradizionalmente hanno sempre puntato agli incassi del botteghino per autofinanziarsi.
Peraltro, alcune società sono andate in crisi, anche, per ragioni che ineriscono direttamente alla situazione politica ed economica di altri Paesi, come è successo per i proprietari cinesi dell’Inter. Pertanto, la campagna acquisti di questa estate è stata davvero povera: i club più forti sono riusciti a non vendere, mentre gli altri, per sopravvivere, sono stati costretti ineluttabilmente a cedere i pezzi migliori, così da garantire la continuità della gestione societaria, evitando di portare le scritture contabili in Tribunale.
Per tal via, inevitabilmente, a fronte di una Nazionale campione continentale, le squadre italiane saranno sempre più deboli in Europa rispetto a quelle inglesi e spagnole - che hanno continuato le loro campagne faraoniche di rafforzamento - oltreché allo stesso PSG, che gode dei capitali dei proprietari arabi e che, quindi, può spendere cifre non possibili per nessun altro club al mondo. Un esito, per davvero, mortificante per il nostro calcio, che invece era abituato a dettare legge nel contesto europeo.
Ed, allora, non si può non invocare l’intervento dell’UEFA e di tutte le altre organizzazioni, che sovrintendono al calcio, affinché una simile disparità venga meno, mettendo dei paletti innanzitutto a chi spende oltre ogni ragionevole limite in un milieu internazionale, dominato invece dalla povertà e dalle paure indotte da una pandemia ancora presente.
Quando il mercato, infatti, perde il suo equilibrio, è giusto che chi può intervenga a ripristinarlo, a meno che non si voglia ridurre l’Europa del calcio a due Paesi, oltreché al dream team degli arabi parigini.
Forse, ragioniamo da tifosi, ma certamente le stridenti disparità non fanno bene in nessun settore della vita economica e sociale, tanto più in quelli che hanno un intrinseco valore politico per gli interessi e le persone che sono in grado di coinvolgere e mobilitare.


Rosario Pesce

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