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Cambio di stile!

Più si lavora nelle proprie famiglie e nelle piccole comunità, più il territorio cresce, e più si è artefici e attivi nel particolare, nelle piccole cose, ruoli e funzioni, più è possibile sopravvivere alla modernità.
Quale migliore affermazione per essere in contro tendenza: siamo nell’epoca in cui la visione del mondo è oramai globalizzata, omologata. Un tempo c’erano le differenze che davano tipicità, generavano meraviglia, dalle etniche, alle socio culturali fino ad arrivare alle  gastronomiche.  Ora solo una differenza, una su tutte, e valida in ogni parte del mondo: c’è chi può e chi non può.

È proprio nel particolare che voglio far viaggiare i miei pensieri, traendo qualche spunto e sollecitazione da ciò che i solofrani, con scritti e video, hanno esternato sui social, ma anche da motivazioni ed esperienze strettamente personali.

Mi appare un video su youtube postato da un pluriennale politico locale. Era il 2002, il Presidente della Repubblica del tempo Carlo Azeglio Ciampi, fece visita alla industria conciaria Albatros.
In esso traspare il classico modello socio politico economico di industria, il noto Commendatore, il  Cavaliere nei panni dell' imprenditore, il gota politico del momento e la forza operaia.
Lì si lavorava la pellicceria e tutto sembrava andare ad ali spiegate,  come d'altronde l'icona del logo aziendale lasciava presagire.

Da lì a poco, questo modello industriale, nonostante le visite, i nomi e le griffe altisonanti, è andato ahimè in crisi e poi in chiusura.

Sebbene io non sia natia solofrana, ma montorese, per l'esattezza banzanese, ho sempre trovato molto affascinante scorgere la conca solofrana da un punto esatto, la curva sotto la Cerzeta.

 Proprio in quel punto, venendo da Banzano, il mio occhio ha visto milioni di volte il mutamento urbano della città.
Frequentando assiduamente i solofrani ho potuto raccogliere racconti, aneddoti,  che lasciavano intendere a chiare lettere quale fosse lo stile di vita del “conciariota”. Fino agli anni ‘80 il modello della economia solofrana era basata sull'artigianalità.

Chi ha un poco di cognizione di cosa sia un artigiano vero sa bene che tale modello aziendale trova la sua forza nel lavoro proprio e della famiglia. Tanti sacrifici scandivano le ore delle botteghe conciarie artigiane, dove il macchinario era un accessorio di lusso e non vi era distinzione tra ambienti domestici e lavorativi, casa e bottega.  Nessun commendatore dietro la scrivania e tra operai e datore di lavoro si condivideva il panino con la mortadella. Una sola parola, si lavorava … perché lo scopo della famiglia era di servire l'azienda per vivere.
Questo scopo nobile, anche se non lasciava molto spazio per la propria persona e per attività sociali, creava ricchezza individuale e collettiva.
Mi chiedo, negli anni di massimo splendore e d’indipendenza della comunità, dal 1535 al 1555, di lamine d'oro zecchino e affreschi pregiati, non era forse così il modello di vita del solofrano, quello che ha lasciato tante opere d'arte, commissionate da tanti e non pochi  mecenati? 
Era una ricchezza basata sulla laboriosità, sul sacrificio che nel tempo si accumulava; un capitale umano che creava le condizioni per il benessere prima individuale e capace di estendersi a macchia d'olio sul tessuto collettivo.
Ed è così che si sono conquistati i piccoli e grandi mercati, così si sono creati traffici importanti.
Ma di tempo ne è trascorso da allora!
L' economia nel particolare è mutata profondamente, ma mentre il modello artigianale, oggi non più riproponibile per evidenti ragioni globali, per cui il grosso capitale fagocita chiunque, ha comunque lasciato traccia indelebile. Al contrario,  quel modello industriale molto in voga sopratutto negli  anni ‘80 e ‘90 ha dato sì da vivere agli operai solofrani e montoresi, i quali grazie ad esso hanno realizzato il sogno di costruire l'abitazione di proprietà e gli imprenditori, le agognate ville con piscina, ma la collettività si è impoverita delle cose più preziose e vitali, la terra, l’aria e l’acqua, restando orfana di progettualità futura e, ironia della sorte, di lavoro!
Ora, con tutta la vivace comunicazione e il proliferare di moltissime  iniziative, non si riesce a far lievitare più nulla, con non poca fatica si recupera qualcosina e diciamo che artisticamente si vive di eredità.
Ora resta l'utopia di ritornare agli antichi splendori, purtroppo ci tocca vivere questa  decadente epoca…
Tutti complici, nessuno escluso!
Questo i miei occhi hanno potuto scorgere da quell'affascinante punto panoramico,  una città che dalle anguste case e “apoteche”  pedemontane è scivolata su pattini di cemento sempre più verso la valle...

Michela Della Ragione

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