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La corsa di Carmine D'Urso

Il “Landolfi” e la Comunità… come a casa.

Mio padre, Carmine D’Urso, era un uomo molto attivo ed amava correre, in un campo di calcio come in una dogana. La sua corsa ha subito un brusco rallentamento nel Novembre 2018, a causa di un ostacolo, che, purtroppo, sempre più di frequente, intralcia il percorso di molti, ossia il cancro.

Papà continua a correre, indefesso, per 7 lunghissimi mesi; il percorso si fa, sempre più, in salita.

Circa 2 mesi fa, mio padre cade, ma cerca di rialzarsi in tutti i modi, come ha, sempre, fatto. Tutti noi siamo lì con lui, a sostenerlo, ad aiutarlo a rialzarsi.

Percorriamo molte tappe, alla ricerca del braccio più forte al quale appigliarci, tutti insieme. Nonostante gli sforzi continui e disperati, non riusciamo a rialzarci; l’ostacolo si fa, ormai, insormontabile. Siamo costretti a tornare a casa.

Il corpo e la mente di papà sono lacerati, allo stremo delle forze. Nonostante ciò, con l’aiuto di tutti, continuiamo a credere che sia possibile percorrere un ultimo tratto di strada, nel miglior modo possibile. Giorno dopo giorno, questa speranza si fa, sempre più, flebile e il percorso, sempre più, tortuoso.

Cerchiamo aiuto, nessuno ce lo nega, tutti provano ad aiutarci, ma, alla fine della giornata, ci ritroviamo, di nuovo, a casa, a brancolare nel buio, senza una luce abbastanza forte che ci indichi il percorso.

L’ultima corsa disperata, all’alba, ha come tappa intermedia il presidio ospedaliero di Solofra “A. Landolfi”. Arriva il tramonto e - come eravamo abituati a fare - ci prepariamo a tornare a casa, con sempre meno ossigeno nei polmoni. Il dottore, adesso amico, Ennio Flores, si accorge del nostro respiro affannoso.

 Da buon ortopedico nota le nostre estreme difficoltà motorie, per cui  decide di offrirci il suo aiuto.

E’ il braccio forte al quale appigliarci. Di comune accordo con la struttura e con tutto lo staff, ci offre un posto nel reparto di medicina, diretto dal primario Piermatteo Efrem.

Siamo tutti lì, la famiglia, i medici, gli amici, gli infermieri, gli assistenti, tutti proviamo, disperatamente, ad aiutare papà.

Finalmente, riusciamo nel nostro intento, insieme. Ci dividiamo i compiti, lavorando di squadra. La famiglia e gli amici provvedono ad asciugare il sudore che sgorga incessante dalla fronte di papà. I medici, gli infermieri e gli assistenti, coordinati dal dottor Sandro Calocero, grande uomo prima che altrettanto grande professionista, svolgono un lavoro encomiabile, facendo il possibile e l’impossibile per curargli le ferite.

Mio padre è stanco, stremato, il suo cuore è forte, la sua forza di volontà altrettanto; riesce a rialzarsi, nessun altro ci sarebbe riuscito e corriamo a casa per lo sprint finale da compiere insieme, uniti più che mai.

La notte del 22 Giugno, papà conquista il traguardo. Quindi, decide di realizzare il suo desiderio, espresso, più volte, durante la corsa, cioè di   raggiungere la montagna più alta e starsene un pò da solo, in pace.

Il vostro Carmine, mio padre, adesso è lì a godersi il meritato riposo. E’ vivo e possiamo sentirlo nelle ventate di aria fresca che ci aiutano a sopportare questi torridi giorni.

Papà, adesso, respira…

 

Colgo l’occasione, insieme alla nostra famiglia, per ringraziare tutti coloro che ci sono stati vicini, la cittadinanza tutta. Il vostro aiuto è stato prezioso. Un grazie particolare  va a Rosario Pepe, il faro che ha illuminato il nostro percorso. Uniti si vince.

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