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I riformisti non hanno rispettato i principi di una retta azione politica

Caro direttore, lo storico Emanuele Felice ha scritto che ai riformisti serve un’idea di società. Secondo lui: “Il riformismo in Italia non deve inseguire i sovranisti sul loro terreno, ma farsi promotore di una visione opposta a quella, triste e cupa, in cui loro vorrebbero rinchiuderci. Una che valorizzi gli ideali più belli in cui l’umanità ha creduto in tutta la sua storia, e che in parte ha anche realizzato (perché ci ha creduto). Gli ideali della nostra Costituzione. E quelli inscritti nella Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo, approvata dalle Nazioni Unite proprio settant’anni fa” (Serve un’idea di società; La Repubblica, 12/12/2018). Sono parzialmente d’accordo con l’articolo del professor Felice. Il riformismo deve avere un’idea di società diversa dai sovranisti ispirandosi ad alti ideali; senza ideali la politica ha un respiro assai corto. Ma la cosa più importante per il riformismo è fare autocritica rispetto ai comportamenti sbagliati avuti fino ad ora, comportamenti che hanno contribuito molto a spianare la strada ai sovranisti. In tal modo i riformisti, se parlando di riformisti ci riferiamo in primo luogo al Pd, sono venuti meno ai principi di fondo che avrebbero dovuto ispirare la loro condotta. Mi riferisco in primo luogo all’arroganza dimostrata nella gestione del potere da alcuni dirigenti del Pd (in particolare Matteo Renzi, ma anche un personaggio sui generis come Vincenzo De Luca), ma anche al trasversalismo che ha fatto ritenere un fatto normale stringere accordi politici con Berlusconi e con la destra.

Cordiali saluti

Franco Pelella – Pagani 

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