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Io e l’Arte Arundiana, ovvero Franco Zaccagnino un’eccellenza lucana

Nel chiedermi la disponibilità a scrivere dell’artista Franco Zaccagnino, il direttore di “Valori” mi sottolineava, nel contempo, l’avvertita necessità di operare, all’interno del sempre valido, storico, condiviso e insopprimibile indirizzo redazionale, un piccolo ma significativo cambiamento introducendo nella Rivista, a partire da questo numero di giugno, una rubrica che mettesse nel giusto risalto anche le tante positività che la nostra Basilicata propone e cioè quelle numerose, ma quasi sempre sottaciute, straordinarie esperienze di singoli, associazioni o  intere comunità nei tanti ambiti della vita: nel lavoro, nella scuola, nelle professioni, nell’arte, nelle scienze, nella ricerca, nella cooperazione, nello sport, nell’artigianato e, perchè no?, nella politica.

E tanto,  proprio con l’intento di trarre nuova e propositiva linfa dall’emersione di figure di nostri conterranei capaci di uscire, con il loro “fare”, dalla storica schiera dei vinti e dall’enorme calderone di chi ha fatto del piagnisteo una ragion d’essere.

Dunque, si inizia con Franco Zaccagnino. Molti di voi si chiederanno chi è?

Sarebbe troppo semplice per me partire dall’ultimo, significativo riconoscimento che  il Consiglio Regionale di Basilicata ha pensato di assegnargli, nel marzo di quest’anno, inserendo il suo nome in una strettissima cerchia di personaggi che “hanno lasciato il segno”. Il Premio  “Lucani Insigni”: una rigorosa e qualificata selezione ove vengono evidenziate la vitalità e la competenza di nostri corregionali (residenti in Italia e all’estero) che sono, senza ombra di dubbio, eccellenze mondiali nei campi più disparati. Certo è un approdo importante, ambìto da tanti, ma per lui è stato solo un altro paragrafo, bellissimo certamente, di una storia che si sta ancora scrivendo.

Sarebbe troppo semplice evidenziare i tanti premi da lui ricevuti negli ultimi trentanni: mi basta qui ricordare solo i primi premi, come quello di speciale composizione del “19° Trofeo Mosè Bianchi” della Galleria Modigliani di Milano nel 1993, o quello speciale, sempre a Milano nel gennaio 1994, nell’ambito del concorso internazionale di pittura e grafica “Epifania 94” della Galleria “Eustachi” , o l’altro Premio Speciale della Critica, ancora a luglio del 1994, sempre a Milano, presso la Galleria “Amici del Quadrato”. Poi, il “Gran Premio degli Dei” conferito dall’Accademia Internazionale dei Dioscuri di Atene (Grecia) nel luglio del 1994; il “Premio Colosseum” del 1995 a Roma; il “Premio Arte 1995” del Centro Arte e Cultura “La Tavolozza” di San Remo (Imperia) e, nella stessa città, nell’anno seguente, la Collettiva “Arte e Musica Insieme” abbinata al 46° Festival della Canzone Italiana. E’ presente, nel 1996, alla Galleria “Leonardo Da Vinci di Mamer (Lussemburgo). Ancora al Casinò di San Remo nel 1997, con il Premio Speciale della Critica nell’ambito del concorso “Il Gioco dell’Arte”. Nel marzo 1999 è a Parigi per il Premio “Grand Prix de Paris” e nel 2001 a Montecarlo con “Oscar dell’Arte” per la tecnica. Sempre nel 2001, a Sirmione sul Garda, gli viene conferita la “Palma d’oro” per un’opera specifica, “La Crocifissione”; a maggio dello stesso anno, è a Riccione a ritirare il primo premio “Grand Prix dell’Adriatico”.

Sarebbe troppo semplice ricordare, soltanto en passant, le innumerevoli mostre personali e collettive o quella itinerante dell’anno 2000 quando, in occasione dell’anno giubilare, il Comune di Banzi gli commissionava un’opera che veniva donata al Papa Giovanni Paolo II nel corso di una udienza privata concessa a quella comunità.

Dicevo, sarebbe troppo semplice e lo dicevo con cognizione di causa. Perchè snocciolare i vari grani di queste performances sarebbe buona e giusta biografia, di sicuro interessante, ma rinvenibile e riconoscibile, mutatis mutandis, in altre figure e in altre storie.

Il racconto di Franco Zaccagnino è più complesso, è più profondo, è più appassionante.

Nasce, in primis, da un amore sconfinato per la natìa Sant’Ilario, per quella terra, quei sapori, per quella cultura e per quel singolare scorrere delle stagioni. Certo, queste sensazioni le provano in tanti, la differenza sta nel fatto che in  lui, invece, queste emozioni si tramutano in opere d’arte.

Galeotta fu pure quella innata curiosità, quegli occhi spalancati sul mondo di chi non si ferma mai alla superficie delle cose e degli avvenimenti.

Singolare e premonitrice fu anche la facilità nel maneggiare i pochi e poveri materiali a disposizione in quegli anni per costruire piccoli arnesi e giocattoli: divertimento puro già nella progettazione prima che nella trasformazione e realizzazione.

Forse è proprio di quel periodo, cioè dell’infanzia vissuta a Sant’Ilario, una intuizione che negli anni prenderà forma e sostanza artistica: i contadini, in quel borgo e nei dintorni, facevano largo uso della canna. Si tratta di un vegetale di facile reperimento, duttile e pronto a piegarsi all’utilizzo in campi e modi diversissimi: la canna veniva adattata dai mietitori per difendere le dita dal fuoco della falce; era, per i ragazzi, la base ideale per costruire zufoli e flauti; appositamente modellata, limitava e centellinava la caduta dal fiasco del prezioso vino; diveniva indispensabile per confezionare cesti e contenitoti vari; era l’immancabile supporto per fissare le uova sul più classico dei dolci di Pasqua,  “la pupa”.

Dapprima, nella fase iniziale, figurativa in senso tradizionale, per Franco  la canna è stata la base per piccole sculture o per composizioni rappresentanti complessi monumentali (un magnifico esempio sono le facciate delle tante cattedrali della nostra Regione o scorci di paesaggi di Matera, Rionero, Maratea, Potenza, Avigliano, Atella). Si rivede, in queste opere, il bambino-artigiano che, ormai adulto e con una raffinatissima tecnica del mosaico, adatta  minutissimi pezzi di canna, ne sfrutta il loro colore naturale e dà così vita a opere innovative (chi poteva mai immaginare che la canna potesse sostituire la tempera, la matita, il legno, la ceramica, il marmo e la pietra?), godibilissime, di sicuro effetto.

Ma a lui non bastava ancora. Erano opere di facile lettura, con una manualità di fondo che rasentava la perfezione ma mancanti ancora di qualcosa.

E così, ma non all’improvviso, arriva l’anima! Quella che fa di un bravissimo professionista un artista.

Quella che sublima l’opera, le permette di volare, di provocare tempeste in chi ne incrocia lo sguardo: non la comprensione di codici nascosti ma la liberazione di fiamme inespresse.

Arriva, allora, il momento delle composizioni che ti prendono e ti avvinghiano: “Regina di cuori”, “Selene”, “Turandot”, “Samurai”, “Nascita di Venere”, “Genesi” (sono solo alcune) che, in campo tridimensionale e con elementi mobili, sembrano voler uscire dal quadro. Arriva “Siringa” che, effettivamente, in una sera d’estate esce dal quadro e addirittura dal luogo ove era deposta ed incontra il suo ... creatore.

Con l’anima arriva, come era logico avvenisse, anche la definizione artistica di tanto lavoro e tanto studio. Franco chiama il suo operato “Arte Arundiana”, aggettivando il nome scientifico latino della canna e cioè Arundo.

Nascono, allora, anche le  Carte da Gioco “Arundiane”, sia sotto forma di 40 carte sostituenti il classico mazzo di carte napoletane (e quindi pronte all’uso), sia con macroscopici ingrandimenti delle stesse che, utilizzate dai ragazzi delle scuole dell’obbligo nel gioco della caccia al tesoro, trasformano le squadre capitanate dai 4 Re in una formidale ricerca della Regina tra i vicoli del borgo.

Ma la Storia non finisce qui.

Esplode, in Franco, nell’ultimo periodo, un’idea, ma no che non è una semplice idea, è un’esigenza, è un bisogno insopprimibile: dare finalmente una casa alle sue “creature”.  Così, acquista, con fondi propri, un locale a Sant’Ilario, una vecchia falegnameria. Ne ridisegna le forme e ne impianta un Museo. Voglio, qui, ex multis, riportare le considerazioni di alcuni tra i tanti visitatori ai quali viene messo a disposizione un Registro su cui, oltre la firma, lasciare eventualmente anche un commento:

Sono orgoglioso di averti conosciuto. Estasiato da tanta bellezza, testimonianza di una meravigliosa civiltà” (Saverio Ciccimarra, docente Università di Basilicata)

Con il calore, l’ammirazione e l’orgoglio di un figlio di questa terra, incantato dal museo della “canna”” (Luigi Serra, preside “Istituto Orientale” di Napoli)

Onorato ed ammirato da tanta rara bellezza che accarezza l’anima” (Antonio Lanza, scrittore)

Un grand merci pour cette visite privée par l’artiste lui-meme. Tant de finesse et de perfection à l’image de l’univers!  Ici habite le fils de Pan”  - Sylvestre Maurice (Astrofisico, direttore responsabile del progetto europeo sonda su Marte) Tolosa (Francia).

              

               Ho cercato in ogni modo di rifuggire da una sterile biografia ma ho avuto anche paura  di cadere nel trappolone della retorica agiografica.

Mi premeva assolvere, innanzi tutto,  al mandato del direttore della Rivista, Giuseppe Chieppa, e quindi sottoporre al lettore, dalla mia prospettiva, una “eccellenza” lucana, la figura e l’opera di un corregionale molto ma molto singolare.

Ma l’occasione offertami era troppo golosa per non farvi trapelare, nemmeno troppo di nascosto, la mia profonda ammirazione per chi, seguendo sentieri personalissimi (non alla moda e oggetto di critiche feroci) non solo ci delizia della sua arte ma, mai pago

-         si inventa promotore culturale,  facendo arrivare a Sant’Ilario centinaia di ragazzi a cui propone la visita del borgo e gli innumerevoli giochi praticati una volta dai bambini del posto, oltre ad una puntatina nel vicino bosco ove le scolaresche adottano e danno un nome a vecchi alberi secolari;

-        si veste da  ricercatore storico, scrivendo un libro sulla Sant’Ilario medioevale e sulla più che probabile insistenza, in questi luoghi, di prosperose Magioni Templari;

-        si cala nei panni di archeologo, guardando, scavando anche con le mani, portando alla luce elementi e reperti straordinari, testimonianza, in un luogo ancor oggi magico denominato “I Castelli di Sant’Ilario”, della presenza di un sito paleolitico che, per la sua importanza strategica, è servito certamente quale presidio territoriale e osservatorio privilegiato anche in epoca romana e longobarda;

-        riprende la residenza nel comune di Atella e ritorna a vivere le pietre, gli odori e il vento di Sant’Ilario, invece di perder tempo a rimpiangere il passato o ad analizzare le cause dello spopolamento. Sostanzia, così, una nuova aviglianesità che, non rinnegando assolutamente il passato, di esso si abbevera ma lo oltrepassa con l’occhio positivo ed ottimista dell’innamorato e con la consapevolezza colta (questa sì dei veri “cusci”) che in fin dei conti la sua arte è intrecciata inesorabilmente a quel proto-artigiano di tanti anni fa.

 

Spero di essere riuscito a stuzzicare il vostro interesse. Spero vogliate approfondire questo che non poteva che essere uno stimolo iniziale, una piccola finestra che potesse farvi intravvedere il più grande, profondo, piacevolissimo universo dell’Arte arundiana e, perche no?, di Sant’Ilario.

Anche perchè avrete capito benissimo, cari lettori, che non c’è artista al mondo che faccia queste cose e non c’è altro posto al mondo dove poterle ammirare.

 


 

 

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