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A Valle di una scelta

In questo “egro” Paese di Sana e robusta Costituzione

“A che pro scegliere […] se la situazione non consente la scelta?” Non so se la nostra situazione sia identica a quella che ispirò un tale quesito a Jünger, ma la sensazione di totale smarrimento e d’impotenza, che attanaglia le coscienze, sembra riproporre il medesimo interrogativo.  Ma intanto la democrazia non lascia scampo e impone di fare la scelta giusta. Sembra che non sia possibile in questo sistema tirarsi fuori dal dovere di decidere, al fine di non mortificare un diritto conquistato, dai nostri padri, con il sangue.  Una scomoda eredità da mettere a frutto in una Repubblica nata di “sana e robusta Costituzione” – scriveva don Gallo – ma che oggi, qui, in questa Valle di lacrime, si scopre egra ed esanime. La libertà di scegliere è e dovrebbe essere un inviolabile diritto dell’uomo, come sancito da ogni moderna costituzione, da ogni carta dei diritti nazionale e universale. Ma che oggi, in questo frangente storico, sembra mostrarsi in tutte le sue tragiche fattezze.  Alla stregua di Søren Kierkegaard, ci rimane la consapevolezza che «Esistere significa “poter scegliere” […] Ma ciò non costituisce la ricchezza, bensì la miseria dell’uomo. La sua libertà di scelta non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma.» E dinanzi all’angoscia di dover fare la scelta, di fronte all’ennesimo Aut-Aut che ci impone la Storia, ci si sente scherniti e umiliati, in quanto Ella ha già scelto per te, o meglio imbonitori e demagoghi cercano di condizionarla. E a questo punto, anche scegliere di non scegliere si rivela una scelta coatta. Che fare? Rinunciare o azzardare? Irrigidirsi o lasciarsi trascinare dalla passione? Finire con l’essere – alla stregua di Gramsci – “pessimista con l’intelligenza, ma ottimista per la volontà”. Fiduciosi, però, che «l'uomo ha in se stesso la sorgente delle proprie forze morali, che tutto dipende da lui, dalla sua energia, dalla volontà, dalla ferrea coerenza dei fini che si propone e dei mezzi che esplica per attuarli […] Penso, in ogni circostanza, alla ipotesi peggiore, per mettere in movimento tutte le riserve di volontà ed essere in grado di abbattere l'ostacolo».  Nonostante il regime fascista e il carcere, Gramsci è riuscito a farci recapitare le sue lettere dalla Storia, affinché la nostra volontà si preservi libera di scegliere malgrado che la “situazione non consenta la scelta”. Malgrado che un’umiliata e offesa Costituzione inizi a vacillare, io scelgo la mia terra. Malgrado che non ci sia un centro per l’impiego nel raggio di chilometri ma due sale slot sotto casa, io scelgo la mia terra. Malgrado che la fatica sia diventata disonore e si cerchi dignità da un reddito, io scelgo la mia terra. Malgrado che si speculi sui “doveri inderogabili di solidarietà”, io scelgo la mia terra. Malgrado che si faccia “distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, io scelgo la mia terra. Malgrado che il lavoro sia inteso solo come un diritto ad personam e non come “il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”, io scelgo la mia terra. Malgrado che la si voglia solo di “una” parte e divisibile, io scelgo la mia terra. Malgrado che non si tutelino le minoranze, io scelgo la mia terra. Malgrado che sagre e questue abbiano svalutato fede e religione, io scelgo la mia terra. Malgrado che la cultura sia ridotta a mero intrattenimento, io scelgo la mia terra. Malgrado che il paesaggio sia stato ridotto a immondezzaio a cielo aperto, io scelgo la mia terra. Malgrado che il patrimonio storico e artistico sia stato sommerso da fiumi di cemento da amnesie e da alfabetismi funzionali, io scelgo la mia terra, in cui affondano le mie radici. Io scelgo la mia Valle. In quella che fu un giardino di ciliegi e di meli annurca, con la medesima consapevolezza di Cechov, io ho il dovere di «iniziare a vivere nel presente [ma per fare ciò] dobbiamo prima di tutto riscattare il nostro passato […] ma riscattarlo si può solo con la sofferenza, con la fatica dura, lunga, aspra.» Io scelgo la mia Valle, scegliendo di non scegliere, in questa res-publica privatizzata. Io scelgo la mia Valle, che necessita di cittadini – né di primi e né di ultimi - probi e indefessi, perché la mia terra “è fondata sul lavoro”, sulla fatica, sul travagghiare.  I tempi sono duri e non lasciano presagire un futuro idilliaco, in questo nostro egro Paese, nonostante una sana e robusta Costituzione. Ma altro non possiamo fare che scegliere la nostra Valle, il nostro Paese, tenendola al riparo da famelici appetiti di sofisti e prestigiatori, dalle speculazioni di cialtroni. A tal fine, parafrasando le parole di Torquato Tasso, è giocoforza che noi tutti insieme: “…a l'egro [Paese] porgiamo […] succhi amari [affinché] ei […] sua vita riceve”.  Al nostro “egro” Paese, alla nostra sofferente Valle porgiamo “succhi amari”, sangue, sudore e lacrime, affinché Essa torni a essere la Gerusalemme liberata dei padri, la terra promessa per i figli.

Gerardo Magliacano

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