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Un bisogno vero di pacificazione

Troppi sono i conflitti che percorrono la nostra società e che la rendono ancora più complessa di quanto non debba essere.
Sono, sovente, conflitti sanabili che, invece, si prolungano nel tempo e determinano condizioni di attrito, che non fanno bene a nessuno.
In particolare, un tempo il motivo principale di divisione fra gli uomini era costituito dalla religione o dalle opposte ideologie.
Oggi, invece, la situazione è ben più tragica, perché non poche volte il fattore, che fa scoppiare guerre insanabili, è rappresentato da elementi molto meno nobili di quelli che abbiamo citato.
Ad esempio, il campanile è un motivo di differenziazione, che poi trova la sua valvola di sfogo negli atteggiamenti incomprensibili da stadio.
È ovvio che simili comportamenti maturano su un substrato assai composito, dove il seme della distinzione e del conflitto è già, fortemente, presente.
L’uomo, in un’epoca di incertezze e di dubbi, sembra quindi rinchiudersi in un bieco discorso identitario: da una parte il proprio “sé” contrapposto - in modo fiero ed improduttivo - agli altri, come se tutti gli individui fossero impegnati in un conflitto eterno fra generazioni e non nello sforzo collettivo di costruzione di un consesso ordinato ed armonico.
Cosa fare?
Educare i bambini ed i giovani al rispetto della diversità, ben sapendo che questa è un motivo di arricchimento e non di depauperamento di una società, altrimenti, destinata all’involuzione ed al conflitto interno permanente.
E, perciò, ne deriva il ruolo centrale della Scuola, che è la prima agenzia culturale che svolge tale missione, ma se si spara addosso, finanche, contro questa e contro coloro che vi lavorano, diviene per davvero molto difficile iniziare un’impresa, che rischia di diventare mera utopia.


Rosario Pesce

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