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Un Giro monco

La notizia che il prossimo Giro d’Italia non prevede tappe a sud di Roma è, davvero, funesta.
Non si può, invero, ipotizzare di dar vita alla principale manifestazione del ciclismo professionistico in Italia, evitando che la stessa si celebri in una parte importantissima del Paese.
Sappiamo bene quali sono i criteri per la scelta dei territori che vengono coinvolti nelle tappe.
E sappiamo altrettanto bene quali possano essere le difficoltà delle regioni meridionali nel reperire sponsorizzazioni, che siano in grado di finanziare una o più tappe, ma non si riesce ad immaginare un Giro privo della tappa di montagna sul Terminio o sul Vesuvio in Campania o sulla Sila in Calabria.
Ed, anche, in termini politici la cosa non è, affatto, gradevole.
Da decenni il Sud è in affanno rispetto al Nord in termini economici, ma non per questo si può pensare di ridurlo ad un ghetto del Paese intero, finanche in termini sportivi.
Pertanto, sarebbe cosa buona se gli organizzatori ripensassero il prossimo Giro ovvero, se non si può fare, ipotizzassero di allestire il Giro successivo, quello del 2020, interamente concentrato nelle regioni del Sud.
L’unità sostanziale della nazione, al di là di qualsiasi proclama, si misura su queste cose.
Il Giro d’Italia non solo è una manifestazione sportiva, ma è una vetrina per l’intero Paese, visto che attraverso le telecamere del Giro è possibile esporre i nostri migliori prodotti ambientali e storico-artistici.
Quindi, allestire una simile vetrina priva delle ricchezze culturali e paesaggistiche del Sud è, invero, un errore di non poco conto: d’altronde, finanche in termini tecnici, escludere il Sud dal Giro, significa ridurre in modo significativo le tappe di montagna che si svolgono sugli Appennini.
Ed, allora, è possibile realizzare un cambiamento rispetto al tracciato pubblicato?
O, forse, già da queste cose, si deve ipotizzare che si abbia interesse ad avere una nazione che procede con due distinte velocità?
 

 

Rosario Pesce

     
   

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