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Borghi abbandonati ha senso investire sul passato per garantirsi un futuro

In Irpinia esistono dei casi virtuosi che abbiamo raccontato: l’albergo diffuso di Agostino della Gatta e quello neonato di Quaglietta, come le residenze per artisti venute fuori dal recupero e dal restauro del borgo antico di Cairano: felici eccezioni che da sole non ci aiutano a salvare l’anima dei nostri luoghi. Se di paesi fantasma se ne contano tre – Melito, Conza e Senerchia – di centri spopolati, trascurati, vittime di politiche inadeguate e dell’assenza di progettualità ce ne sono molti di più. Anche la nostra parola d’ordine dovrebbe essere rigenerare conoscendo il territorio, animare i borghi e le comunità, non permettere alla polvere di sommergere entrambi, fare della fragilità una fonte di bellezza per aumentare l’attenzione sui borghi

 

Italia Nostra (organizzazione che da sessant’anni diffonde in maniera volontaria sul territorio nazionale la “cultura della conservazione” del paesaggio urbano e rurale, dei monumenti, del carattere ambientale delle città) lancia un allarme: durante la conferenza stampa “Rigenerare i centri storici: tutela, sviluppo e sicurezza strutturale” alla Camera dei Deputati è emerso che i borghi e i centri storici italiani stanno scomparendo.

Nonostante il 2017 sia stato un anno record proprio per i piccoli borghi, con un vero e proprio boom turistico che li vede protagonisti insieme alle città d’arte. I numeri indicano che la spesa turistica complessiva, per i piccoli borghi, è stimata in circa 8,2 miliardi di euro, con il 54,8%, dovuto a turisti stranieri che hanno dato il maggior contributo alla crescita: le presenze turistiche di stranieri nei borghi sono salite del 30,3% tra il 2010 ed il 2017, contro un calo del 5,4% per i turisti italiani. Cifre illusorie che celano un dramma più che reale: esistono in Italia – secondo una statistica Istat - 6mila borghi abbandonati (inclusi stazzi e alpeggi) senza alcun abitante, e completamente fuori dai flussi turistici.

Un patrimonio certamente, un pezzo – anche considerevole – della nostra cultura e della nostra identità. In Irpinia di borghi fantasma se ne contano tre – Melito, Conza e Senerchia – ma di centri spopolati, lasciati all’incuria da politiche inadeguate, dalla mancanza di vigilanza e di progettualità delle istituzioni ce ne sono molti di più. Italia Nostra oltre all’allarme ha lanciato anche una soluzione, l’unica possibile: per fermare il declino bisogna rigenerare. E tutelare, mettere in sicurezza, creare (o migliorare) infrastrutture e sviluppo.

Un esempio di buone pratiche presentato è stato quello del borgo di Monte Sant’Angelo, uno dei tre siti UNESCO della Puglia, studiato e visitato da un team di 60 neoarchitetti austriaci che ora sono al lavoro per attivare un processo di rigenerazione urbana in questo centro di 12.000 abitanti che ha un forte decremento demografico.

Ma quanto ha senso e quanto vale investire sul passato per garantirsi un futuro? Ce l’ha in termini economici – con altri 6mila borghi coinvolti nel sistema turistico – e sociali – per la rinascita di un piccolo comune - oltre che per la promozione del territorio. Ma come bisognerebbe farlo? La soluzione più semplice sembra metterli in vendita, come è successo per il borgo abruzzese di Valle Piola o a quello di Calsazio in provincia di Torino, finito all’asta su Ebay. Li acquistano dei privati, spesso li rendono degli alberghi diffusi o come nel caso di Solomeo in provincia di Perugia, acquistato dall’italiano Brunello Cucinelli, la sede di un’impresa di cashmere. Altre volte invece è lo Stato ad intervenire, ad esempio l’ex Ministro Franceschini ha stanziato diversi miliardi - fondi CIPE - per i centri storici di Napoli, Cosenza, Taranto, Palermo e altri, come Pompei, Ostia antica, Cinqueterre, Urbino. Anche qui però continua a mancare una progettualità che faccia seguito alla pioggia di risorse.

In Irpinia esistono dei casi virtuosi che abbiamo raccontato: l’albergo diffuso di Agostino della Gatta a Castelvetere, il neonato albergo diffuso di Quaglietta, le residenze per artisti venute fuori dal recupero e dal restauro del borgo antico di Cairano, tutte e tre da considerarsi delle felici eccezioni che però non ci aiutano a salvare l’anima – e il cuore – dei nostri luoghi. Ci sono molti modi, studiare le soluzioni potrebbe essere un inizio, valutare i finanziamenti, presentare un progetto, farlo partire e così ricominciare a respirare. Anche la nostra parola d’ordine dovrebbe essere recuperare e rigenerare conoscendo il territorio, animare i borghi e le comunità, non permettere alla polvere di sommergere entrambi, fare della fragilità una fonte di bellezza per aumentare l’attenzione sui borghi.

di Maria Fioretti

FONTE ORTICALAB (http://www.orticalab.it/Borghi-abbandonati-ha-senso)

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