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Berlinguer, un leader mitizzato

A distanza di trentaquattro anni dalla morte di Berlinguer, si può forse con più prudenza e saggezza elaborare un giudizio compiuto intorno alla sua azione, che probabilmente è stata mitizzata oltremodo nel corso degli ultimi decenni.
Infatti, è evidente che la sua statura morale e culturale sia ben maggiore di quella di molte meteore della Seconda Repubblica, ma è altrettanto vero che ciò vale per molte altre personalità della Prima Repubblica, il cui valore è - senza alcun dubbio - maggiore di quello di coloro che sono venuti, negli anni successivi, ad occupare posizioni di potere nel Governo ed ai vertici dello Stato.
Anche Andreotti o Craxi o Forlani, oggi, non possono non apparire come delle cime rispetto ai nani che sono comparsi dopo.
Ma, ciò non è sufficiente a definire l’eroismo di Berlinguer, che in vita perse molte battaglie e, soprattutto, fu ambiguo in molti momenti della sua storia personale e di quella politica del PCI.
Non abiurò mai dal Comunismo, per cui, mentre per un verso stava portando il suo partito al potere in Italia, per altro non ebbe il coraggio (o la forza) di rompere il cordone ombelicale con Mosca, rimanendo fino alla fine un alleato dei Russi, nonostante il suo partito fosse protagonista della vicenda istituzionale di un Paese, che si collocava agli esatti antipodi della concezione comunista della vita e dello Stato.
Peraltro, tale ambiguità la pagò in modo significativo, visto che fu l’elemento che fece saltare il Compromesso Storico con la DC: non poteva andare al Governo in Italia un partito amico dei Sovietici e questo lo capirono - in primis - i Brigatisti Rossi, che furono – forse loro malgrado – lo strumento involontario di una strategia internazionale, tesa a far fallire il progetto dello stesso Berlinguer e di Moro.
Inoltre, se Berlinguer stipulò il compromesso con Moro, non fu capace di stipulare quello più vero ed autentico con i due poteri forti dell’epoca, la Chiesa ed il capitalismo, dai quali il Partito Comunista era sempre visto come un nemico, visto che mancava di efficacia riformatrice, innanzitutto, al suo stesso interno.
Di fatto, Berlinguer non fu in grado di attraversare a pieno il fiume e, rimanendo a metà del guado, fu individuato come nemico sia dai Sovietici, che diffidavano di lui, sia degli Americani, per i quali era – nonostante tutto – un marxista da avversare.
Peraltro, quando perse la battaglia del Compromesso Storico, ne iniziò un’altra non meno foriera di insuccessi: quella per la moralizzazione della vita pubblica.
Se, in linea di principio, quest’ultima battaglia era giusta e legittima, però per altro verso non mancavano le contraddizioni: il PCI aveva occupato lo Stato negli anni Settanta non meno del PSI e della DC, nonostante non fosse un partito di governo, per cui, quando Berlinguer dichiarava che i partiti avevano occupato manu militari lo Stato, dimenticava forse che di tale occupazione erano protagoniste, anche, le truppe al suo comando, che invero erano entrate in possesso di postazioni importanti, dalla Rai alla magistratura, dalle università al mondo dell’editoria.
Tutte queste aporie segnarono l’agire berlingueriano e, dal momento che l’Italia aveva comunque bisogno di un rinnovamento molto profondo rispetto alle classi dirigenti dell’epoca, gli Italiani si rivolsero verso i Socialisti di Craxi, che avevano sciolto le contraddizioni del PCI, divenendo un moderno partito socialdemocratico, che aveva fatto i conti con il sindacato massimalista, con la Chiesa e con le famiglie del capitalismo italiano, a cui Craxi apparve come una sponda utile verso un mondo della politica delegittimato ed indebolito da una mancanza autentica di vera rappresentatività.
Oggi, più di ieri, quindi non possiamo non commemorare Berlinguer, ma bisogna sempre stare attenti a non costruire eroi, che poi non si dimostrano tali alla verifica dei fatti: d’altronde, come scriveva lo stesso Machiavelli, il vero “principe” è quello che ha il senso della realtà e che agisce entro questa e non oltre o nonostante questa.

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