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Politica o etica?

Il rapporto fra politica ed etica è sempre stato discusso sia dai politologi, che dai filosofi, visto che comporta una serie innumerevole di conseguenze, sia sul piano della prassi, che della teoresi.
Durante tutto il Medioevo, nel momento storico in cui la Chiesa cattolica ha avuto un ruolo egemone nella società occidentale, era ineluttabile che la fonte primaria, da cui il pensiero è derivato, è stata la Bibbia e quell’immagine di asservimento della politica alle ragioni della teologia tipica di un mondo nel quale si credeva che il potere imperiale discendesse da quello papale.
Con l’inizio dell’età moderna e con la progressiva, acquisita autonomia dei saperi empirici dalla religione, è stato conseguente lo sganciamento della riflessione politica dalla morale eteronoma del Cristianesimo, per cui, grazie soprattutto a Machiavelli, si è cercato di fondare un sapere politologico che fosse svincolato, del tutto, da istanze di natura trascendente che, poco o nulla, ineriscono alle istanze dell’homo politicus.
È chiaro che una simile impresa – perché tale deve essere giudicata – non poteva non incontrare la fiera opposizione del mondo ecclesiastico, che vedeva in questo tentativo della modernità la chance di autonomia, finalmente, degli ambiti della vita civile da quelli della vita religiosa, dei borghesi dai chierici.
Era evidente che, per un lunghissimo periodo di tempo, il tentativo machiavelliano non poteva che trovare, anche, resistenze all’interno della società, quella degli aristocratici, oltreché quella dei chierici stessi.
Ma, con la rivoluzione francese, in modo compiuto, si è cristallizzato il modello di uno Stato che fosse, definitivamente, cosa “altra” rispetto alla Chiesa, per cui, con la separazione netta fra regno dei cieli e regno terrestre, si è distinto l’ambito della politica da quello dell’etica, giungendo così a costruire il modello culturale di un’etica che fosse un tutt’uno con la politica e non con la teologia.
Un tale esito ha incontrato, ovviamente, le opposizioni più fiere del mondo cattolico reazionario, che ha interpretato come “deminutio” ciò che era, invece, una conquista del mondo civile: distinguere la sfera della spiritualità da quella della gestione delle cose terrene, proprio come Cartesio distingueva mente e corpo o Platone la trascendenza delle idee dall’immanenza delle opinioni.
Una tale visione dualistica è stata, dai più, male interpretata, per cui si è pensato che si stesse creando una politica priva di morale o, peggio ancora, strutturalmente a-morale.
È chiaro che le degenerazioni del Novecento, con i drammi in particolare che la politica ha creato per effetto della volontà degenere di alcuni dittatori, ha fatto sì che qualcuno iniziasse a rimpiangere il vecchio orizzonte della politica ancella della morale, quando era il Papa che benediceva l’Imperatore e gli suggeriva cosa dovesse e cosa non dovesse fare.
Ma, fortunatamente, nonostante gli errori commessi negli ultimi due secoli, la laicità è stata un’acquisizione definitiva, per cui nessuno Stato moderno ipotizzerebbe di essere servo di una qualsivoglia autorità religiosa, almeno nel nostro Occidente, e la politica è divenuta cosa diversa dalla morale comune, quella che ispira giustamente l’operato del cittadino.
In ciò, il segno della crisi attuale: una politica ridondante, autoreferenziale, in grado di giustificare solo a se stessa i propri comportamenti, ha fatto sì che tale sfera, una volta uscita dall’ambito della sacralità e del divino, divenisse espressione di un mondo minore e, soprattutto, esposta ad un grande rischio: quello della supplenza ad opera del potere giurisdizionale, visto che la politica non è stata più in grado di controllare se stessa e, sovente, ha dimenticato che essa, in primis, deve sottostare al principio di legalità, per cui non può sottrarsi al rispetto della norma che – in sede di legiferazione – pone, visto che il vero “sovrano” non è più una persona, ma è lo spirito giuridico che informa di sé lo Stato e la società tutta.
Ovviamente, il cittadino comune può non capire, in tutta la sua profondità, una simile dinamica, per cui molto banalmente può immaginare il regno della politica come quello del male assoluto, quello che ha prodotto i campi di concentramento e gli stermini di massa ovvero quello che produce, a causa di dilaganti fenomeni di corruzione, lo sperpero di tanto danaro pubblico.
È pleonastico sottolineare che la conseguente visione manichea, che ne deriva, per cui il male è la politica, mentre il bene è la società, diviene uno stereotipo dualista, che riproduce, in forma minima, quello che un tempo contrapponeva la trascendenza papalina all’immanenza imperiale: un dualismo fuorviante, perché in grado di raccontare il Vero solo in modo molto parziale e, quindi, non completo.
Forse, dovremmo tornare ai primordi dell’Occidente e recuperare antichi valori e riferimenti magici?
Forse, dovremmo ricostituire l’antica liaison fra popolo e ceto dirigente, così come era nel mondo greco fra gli dei del mito ed il senso comune?
O forse, più semplicemente dovremmo riconoscere la distinzione fra due ambiti, quello del sapere e quello della prassi, che sono meritevoli di procedere secondo leggi distinte e consuetudini divergenti, ormai, ascese al rango di norma?


Rosario Pesce

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